Negli ultimi giorni l’ex vice presidente della Repubblica Democratica del Congo, Jean-Pierre Bemba, è stato consegnato alla Corte Penale Internazionale per rispondere di gravi accuse per il presunto ruolo giocato nella sanguinosa guerra civile nella Repubblica Centrafricana. Alla Corte Penale Internazionale Bemba potrà godere di un processo imparziale e - nonostante le accuse di crimini atroci - non sarà soggetto alla pena capitale.
Di contro, dopo anni di reclusione segreta, Tariq Aziz, uno dei più stretti collaboratori di Saddam Hussein, è al momento sotto processo al Tribunale Speciale per l’Iraq, un organo non previsto dalla Costituzione Irachena, accusato di crimini commessi come Ministro degli Esteri durante il regime Baatista. E’ probabile verrà condannato a morte, senza poter usufruire di un processo imparziale. Al fine di evitare la sua esecuzione, Marco Pannella è alla testa di un’azione internazionale nonviolenta volta, tra l’altro, ad attirare l’attenzione dell’opinione pubblica sulla moratoria internazionale contro le esecuzioni capitali adottata dall’Assemblea Generale l’otto dicembre del 2007.
Questi due casi emblematici mostrano l’importanza del decimo anniversario che oggi ricorre dell’adozione dello Statuto di Roma della Corte Penale Internazionale, il primo tribunale permanente istituito allo scopo di perseguire i crimini più seri per il diritto internazionale: i crimini di guerra, i crimini contro l’umanità, il genocidio.
L’idea di istituire una Corte Penale Internazionale come ultima risorsa per le vittime delle peggiori violazioni del diritto umanitario internazionale non è meno antica della nascita delle stesse Nazioni Unite. Fu però la caduta del muro di Berlino ed il proliferare di guerre civili e conflitti sempre più cruenti nel mondo, dai Balcani ai Grandi Laghi dell’Africa, che gettarono le basi per una maggiore accettazione del “diritto di interferire”, non solo nel campo dell’umanitario o militarmente, ma anche attraverso gli strumenti giuridici.
La mobilitazione straordinaria di Stati e attivisti della società civile, fra cui l’associazione radicale Non C’è Pace Senza Giustizia, ha reso possibile, il 17 luglio 1998, qualcosa che oggi sarebbe probabilmente impossibile da ottenere. Consideriamo l’adozione dello Statuto un evento storico ed un passo fondamentale nella lotta contro l’impunità e per la promozione ed il rispetto del diritto umanitario internazionale e dei diritti umani.
L’esperienza in una serie di paesi sconvolti da anni di violenti conflitti e che hanno in seguito affrontato la sfida di ristabilire la pace senza ignorare il passato, dimostra che una pace duratura non può essere ottenuta attraverso scambi o compromessi volti a garantire l’impunità per i violatori dei diritti umani e del diritto umanitario internazionale. Il fallimento nell’attribuzione delle responsabilità per i fatti del passato indebolisce lo stato di diritto, permettendo all’impunità di prevalere e perpetuando un circolo vizioso che getta i semi per conflitti futuri.
Esempi di paesi che hanno provato a creare una gerarchia tra pace e giustizia dimostrano che, lungi dall’essere concetti opposti, la pace e la giustizia sono le due facce della stessa medaglia: l’una non può esistere senza l’altra; non può esserci pace senza giustizia.
Per quanto ancora imperfetto e incompleto possa essere il meccanismo della Corte Penale Internazionale, è importante non arenarsi nella fraudolenta e miope accusa che essa possa avere un impatto negativo sui negoziati di pace nei paesi in cui la Corte entra in gioco. In Uganda per esempio, dove gli ultimi venti anni sono stati caratterizzati da un sanguinosa guerra civile, i negoziati di pace sono iniziati solo quando la Corte Penale Internazionale ha avviato le proprie indagini. Coloro che accusano la Corte Penale Internazionale di “rendere la pace più difficile” sono spesso proprio le stesse persone che traggono benefici dal sussistere dell’impunità e del conflitto.
La Corte Penale Internazionale rafforza quegli ugandesi che vogliono costruire una pace reale e duratura, basata sull’attribuzione delle responsabilità e sullo stato di diritto.
Qualsiasi altra soluzione è destinata a fallire: questa è la realtà delle situazioni di conflitto e post conflitto.
Lo Statuto della Corte si fonda sul principio della complementarità: La Corte Penale internazionale può agire solo nel caso in cui uno stato non dimostra la volontà o è effettivamente incapace di indagare e perseguire i crimini autonomamente. Alla base di questo principio vi è il fatto che l’iniziativa e la responsabilità di giudicare i crimini contro l’umanità, i crimini di guerra e il genocidio continua a risiedere principalmente a livello nazionale, e che la Corte Penale Internazionale deve avere la funzione di catalizzatore, di guardiano, insomma di ultima risorsa. Questo principio è uno dei suoi punti di forza. In Kenya ad esempio la Corte Penale Internazionale ha semplicemente fatto presente alle autorità keniote che stava monitorando la situazione post elettorale, per produrre come risultato il rafforzamento di coloro che in Kenya chiedevano che venisse posta fine alle violenze e all’impunità.
La Corte Penale Internazionale sta attraversando il più importante momento dalla propria istituzione nel 2002. Piuttosto che criticarla per i proprio difetti, dobbiamo lavorare per migliorare la sua efficienza. Sappiamo che lo statuto della Corte non è stato ancora ratificato da alcuni paesi influenti, ma questo non costituisce una buona ragione perché la Corte Penale Internazionale venga vista come un mezzo meno efficace in quei paesi in cui ha giurisdizione. Dobbiamo continuare a promuovere la ratifica universale del suo Statuto, convincendo quegli stati restii alla ratifica e gli Stati Membri a cooperare più caldamente con essa, così da assicurare che la Corte riesca a operare in maniera efficiente sia perl’attribuzione delle responsabilità che per garantire il giusto risarcimento alle vittime dei più seri crimini commessi contro il diritto internazionale.