Il procuratore della Corte Penale Internazionale Luis Moreno-Ocampo si è recato a New York lo scorso lunedì, per fare pressione sui leader internazionali affinché rendano più concreto il proprio impegno a proteggere la popolazione civile in Darfur. Il caso Darfur, che ha spaccato in due l’opinione pubblica e la diplomazia internazionale, sempre più è diventato emblema dell’antico dilemma che colpisce il binomio Pace-Giustizia.
La visita del procuratore ha anticipato di un giorno l’apertura della 63esima sessione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Fra le decisioni da prendere in questa occasione la discussione cade sull’applicazione dell’articolo 16 dello Statuto della Corte Penale Internazionale, che stabilisce che è fra i poteri del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite sospendere temporaneamente le decisioni della Corte Penale Internazionale. Il contesto in cui tale decisione deve essere presa è un contesto di diffidenza verso i tribunali internazionali, nella convinzione di alcuni paesi e di alcune ONG che tali tribunali debbano essere tenuti sottotono nel nome e a favore del dialogo tra le parti in causa e della stabilità interna.
La Lega Araba e l’Unione Africana si sono appellate all’articolo 16 dello Statuto della Corte affermando di voler trovare una soluzione concreta al conflitto proponendo una “soluzione pacchetto” al Presidente sudanese Al-Bashir (su cui pende una richiesta di incriminazione del Procuratore della Corte Penale Internazionale), i cui contenuti però non sono ancora stati resi noti. La realpolitik nel nome della pace sembra essere la linea teorica alla base dell’International Crisis Group che, sotto la guida di Gareth Evans, ex Ministro degli Esteri australiano, porta avanti l’idea della sospensione momentanea della giustizia al fine di arginare la crisi. L’idea più pericolosa che Evans avanza, autore fra l’altro del libro “The Responsibility to Protect: Ending Mass Atrocità Crimes Once and for All”, è la necessità di collocare la negoziazione al di sopra della giustizia nel nome della realpolitik e del calcolo delle conseguenze. Nell’opinione di Evans la giustizia è “teoria” mentre il dramma di molte persone è “realtà” e richiede pertanto negoziazione e compromessi.
Secondo l’opinione di molti altri esperti e attivisti dei diritti umani, tale teoria finisce con il premiare piuttosto che punire coloro che si macchiano di gravi crimini, promuovendo l’impunità ed ostacolando il processo di attribuzione delle responsabilità per gravi crimini, unica strada che possa assicurare una pace duratura e sostenibile e una stabilità politica.
Leggi gli articoli:
UN News Service (New York), 22 September 2008
Alarabiya, 20 September 2008