Lo scorso maggio un gruppo di attivisti della società civile in Kenya, si è mosso per promuovere una campagna per la riforma della legge keniota sull’aborto.
L’attuale legge, che risale al 1897, punisce con un massimo di 14 anni ogni donna che tenta di procurarsi un aborto con un qualunque mezzo. La legge non viene applicata in questi termini e finisce con il promuovere la diffusione di aborti illegali, procurati con mezzi pericolosi per la salute. Oltre il 50 percento delle emergenze ginecologiche che arrivano negli ospedali del paese è infatti il risultato di un aborto clandestino.
La nuova legge, redatta dalla Federazione Internazionale di donne Avvocato, dalla Coalizione per la Violenza Contro le donne e dall’Associazione Medica Keniota, porterebbe il Kenya ad essere l’unico altro paese, insieme al Sud-Africa, ad aver ammorbidito la propria politica sull’aborto.
Secondo alcuni esperti il paese non è pronto per una legge così progressista: con un parlamento composto da 200 uomini e 20 donne, e l’influenza del potere patriarcale e delle chiese, il futuro legislativo della proposta appare infausto.
La nuova legge amplierebbe il numero di circostanze in cui l’aborto è legale: lo stupro, l’incesto ed eventuali problemi psicologici, tutelando anche tutti quei medici che si trovano a dover scegliere tra la legalità e la salute della paziente.
Per altri versi il momento appare propizio: la coalizione del Presidente Mwai Kibaki e del Primo Ministro Raila Odinga ha infatti il compito di redigere la nuova costituzione entro un anno, e gli attivisti dei diritti umani ed i medici vedono in tale processo l’opportunità di promuovere la legge inserendola in tale contesto di riforme.
Occorre non dimenticare che il Kenya ha l’obbligo, per gli impegni presi a livello internazionale, di migliorare i propri servizi di salute riproduttiva e sessuale, così da ridurre la mortalità materna ed infantile in linea con i Millenium Development Goals, (Obiettivi di Sviluppo del Millennio).
Il Protocollo di Maputo, adottato dai Capi di Stato e i Governi dell’Unione Africana durante il suo summit in Mozambico nel 2003, prevede che gli Stati rispettino e promuovano la salute delle donne in particolare in ambito sessuale e riproduttivo.
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Inter Press Service (Johannesburg), 16 September 2008