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Giustizia internazionale e caso Tareq Aziz
 
Roma, 30 luglio 2008
 
“Pensare l’impossibile non è sempre un errore”, questo è il commento di Giuliano Amato intervenuto alla tavola rotonda del 30 luglio, organizzata da Non c’è Pace Senza Giustizia e dal Partito Radicale Nonviolento, riferendosi a come quella parte della la comunità internazionale più determinata e convinta, è stata capace di istituire i tribunali internazionali e porre fine all’impunità per crimini gravissimi. All’evento hanno partecipato anche Giovanni Conso, Antonio Cassese, il Sindaco di Roma Gianni Alemanno, Marco Pannella. E’ disponibile l’audiovideo integrale dei lavori.
 
Il tema della giustizia penale internazionale è tornato all’attenzione dell’opinione pubblica e della politica in seguito a tre fatti importanti accaduti nelle ultime settimane.
 
Il primo episodio riguarda l’arresto dell’ex vice presidente della Repubblica Democratica del Congo, Jean-Pierre Bemba, estradato dal Belgio - dove si era rifugiato - alla Corte Penale Internazionale per rispondere di gravi accuse per il presunto ruolo giocato nella sanguinosa guerra civile nella Repubblica Centrafricana.
Il secondo episodio riguarda l’iniziativa del Procuratore della Corte Penale Internazionale, Luis Moreno Ocampo, che il 14 luglio scorso ha annunciato di avere chiesto un mandato di cattura contro l’attuale Presidente in carica del Sudan, Omar Al-Bashir, accusato di genocidio, crimini di guerra e crimini contro l’umanità.
Il terzo episodio riguarda l’arresto di Radovan Karadzic, ricercato da tredici anni in seguito al mandato di cattura da parte del Tribunale Penale Internazionale per la ex Jugoslavia, anch’egli accusato di genocidio, crimini di guerra e crimini contro l’umanità.
Alla Corte Penale Internazionale, così come al Tribunale ad hoc per la ex Jugoslavia, gli imputati potranno godere di un processo imparziale e - nonostante le accuse di crimini atroci - non saranno soggetti alla pena capitale.
 
Di contro, dopo anni di reclusione segreta, Tareq Aziz, uno dei più stretti collaboratori di Saddam Hussein, è al momento sotto processo al Tribunale Speciale Iracheno, accusato di crimini commessi mentre rivestiva la carica di Ministro degli Esteri durante il regime Baathista. E’ probabile che verrà condannato a morte, senza poter usufruire di un processo imparziale. Al fine di evitare la sua esecuzione, Marco Pannella è alla testa di un’azione internazionale nonviolenta volta, tra l’altro, ad attirare l’attenzione dell’opinione pubblica sulla moratoria internazionale contro le esecuzioni capitali adottata dall’Assemblea Generale il 18 dicembre del 2007.
Questo raffronto emblematico evidenzia l’importanza dei Tribunali internazionali ed in particolare della Corte Penale Internazionale, il primo tribunale permanente istituito allo scopo di perseguire i crimini più seri per il diritto internazionale: i crimini di guerra, i crimini contro l’umanità, il genocidio.
 
“Lo scopo della tavola rotonda”, ha detto Gianfranco Dell’Alba introducendo i lavori, “è quello di dare la parola ad alcuni dei principali protagonisti delle iniziative che hanno fatto dell’Italia uno dei paesi guida per l’affermazione della giustizia penale internazionale, nel momento stesso in cui si svolge l’azione nonviolenta promossa da Marco Pannella per fermare l’esecuzione di Tareq Aziz”.
 
Giuliano Amato ha sottolineato come sia importante riuscire a distinguere quella parte della comunità internazionale che è riuscita, perché lo ha fortemente voluto, a vedere al di là degli interessi privati attraverso il quale il mondo tende a governarsi e che ha affermato invece la necessità di una prospettiva giuridica di governo, volta alla tutela dei diritti umani, civili e politici della persona.
Questo dimostra che “pensare l’impossibile non è sempre un errore” e che anzi, a volte l’impossibile è realizzabile, consentendo alla coscienza collettiva di realizzarsi.
Amato ha fatto anche riferimento alle commissioni di verità e riconciliazione , richiamandosi alla necessità di una maggiore flessibilità sul rapporto tra pace e giustizia che, necessariamente, deve fare i conti con diverse percezioni anche culturali. Al Partito radicale e a Marco Pannella Giuliano Amato ha rivolto parole di stima e ricoscenza, per il ruolo svolto dai radicali nel far sì che l’Italia, sotto il suo governo, diventasse protagonista della campagna per l’entrata in funzione del Tribunale per la ex Jugoslavia.
 
"Il buon fine della vicenda Aziz può essere un chiaro segnale all'Occidente per far comprendere che il Medio Oriente può uscire dalle logiche del conflitto assoluto". Con questo auspicio il sindaco di Roma Gianni Alemanno, che è iscritto da anni all'associazione 'Nessuno tocchi Caino', è intervenuto nel corso della discussione, sottolinenando il ruolo della città di Roma che nel 1998 ospitò la Conferenza Diplomatica che ha adottato lo Statuto della Corte Penale Internazionale.
 
Il Professor Cassese ha portato all’attenzione dei partecipanti tre aspetti: il rifiorire dell’interesse per la giustizia internazionale ma anche la consapevolezza dei suoi limiti, dal momento che ancora adesso si tratta di giustizia dei vincitori sui vinti. Cassese ha rivolto una critica alla mancanza di coraggio di Ocampo, che non ancora voluto investigare in Afghanistan per timore di scontrarsi con gli americani. Questo è un limite che si esprime anche in altri casi, come il caso del Presidente del Ruanda Kagame, che è stato accusato di gravi crimini da giudici nazionali francesi e spagnoli mentre il Tribunale per il Ruanda non ha voluto farlo per una decisione politica.
Il secondo aspetto è il valore e la precarietà del principio di sussidiarietà delle Corti Internazionali, che dovrebbero contare sulla collaborazione dei governi. Il terzo aspetto è il caso dell’Iraq, dove stiamo assistendo ad un processo assolutamente iniquo, senza informazione e dove il diritto alla difesa non è rispettato.
 
“Credo ci sia la necessità, rispetto a Karadzic, di trovare delle modalità insieme per lanciare un’iniziativa che spinga il Consiglio di Sicurezza a tornare sui suoi passi per evitare che il Tribunale per la ex Jugoslavia chiuda entro il 2010 : si   correrebbe il rischio che nel caso di uno dei principali imputati di violazioni di diritti   umani ci sia una giustizia solo parziale”. Lo ha detto il portavoce di Amnesty Italia Riccardo Noury che è intervenuto per un saluto, ed ha proseguito dicendo che non e' ammissibile che l' ex leader serbo venga giudicato solo per una serie di reati, per fare   prima, e che poi venga riaffidato ai tribunali interni, perché questo porterebbe a un fallimento oggettivo, visto che ne abbiamo già avuto prova nel passato.
 
Marco Pannella, nel suo intervento, ha parlato della battaglia radicale per l’affermazione dello stato di diritto e della verità, a partire da quando accade in Iraq ma anche in Tibet, così come del caso Italia ed in particolare di quanto accade con la commissione parlamentare di vigilanza della Rai che non ha ancora eletto i presidenti. Tutto si riconduce al grande Satyagraha per la pace e “meno male che almeno esiste la giustizia dei vincitori” ha detto Pannella rispondendo a Cassese, “perché almeno possiamo contare in una giustizia che si rifà ai principi di diritto dei Tribunali di Norimberga e di Tokio”. Lo sciopero della fame per fermare l’esecuzione di Tareq Aziz vuole anche spingere l’Italia a farsi difensore della moratoria universale delle esecuzioni capitali, conquistata nel dicembre del 2007 e che anche in Iraq deve essere rispettata.
 
E' chiaro che l 'Europa , dopo che si e' assunta   giustamente questa responsabilità, ha pure  un dovere politico : aprire le porte alla   Serbia perche' il Governo serbo, come dimostrano anche le manifestazioni, ha assunto dei rischi politici importanti', ha detto Emma Bonino, intervenendo con un collegamento telefonico dall’aula della commissione parlamentare di vigilanza della Rai, che sta presidiando insieme agli altri parlamentari radicali perché si arrivi all’elezione del presidente in tempi certi.
 'E’ giusto che la Serbia veda da parte nostra il sostegno , ma temo che l 'Europa saraà meno generosa e che le forze di allargamento e adesione, anche quelle della Croazia, temo non saranno cosi' generosamente aperte'.
 
Il professor Giovanni Conso è intervenuto puntanto l’indice contro l’Italia, osservando come il nostro Paese non sia ancora stato in grado di adeguare la propia normativa interna a quanto prevede lo Statuto della Corte Penale Internazionale. Questo scandalo inconcepibile ci mette nella situazione di non poter cooperare con la Corte e vanifica il grande impegno dell’Italia per arrivare all’istituzione della Corte stessa. E’ ora che il nostro paese dimostri il suo sostegno a questo importante organo di giustizia internazionale.
 
A conclusione dei lavori, Sergio Stanzani, Presidente di Non c’è Pace Senza Giustizia, ha ringraziato i partecipanti richiamndo l’importanza dell’azione nonviolenta radicale degli anni ’90 per giungere all’entrata in funzione della Corte Penale Internazionale e dei Tribunali ad Hoc, nonché quella in corso per il rispetto della moratoria sulla pena di morte anche per Tareq Aziz. “Questa nostra iniziativa” ha detto Stanzani, “ha voluto prendere in esame esame le contraddizioni e i pericoli che ogni nuova democrazia affronta nel suo percorso di transizione. Ma non solo. Gli stessi pericoli li affrontano tutte le democrazie del mondo nel momento in cui spetta loro pronunciarsi su quali debbano essere le regole comuni, condivise, più efficaci e rispettose dello stato di diritto. Abbiamo colto l’occasione per mettere a confronto tre casi che riguardano la giustizia internazionale e il caso di Tareq Aziz non solo per analizzarne gli aspetti giuridici, ma soprattutto per riportare alla nostra attenzione come il ruolo delle grandi istituzioni internazionali, dell’Unione Europea e dei governi possa rivestire una importanza decisiva nel ridefinire regole e prospettive politiche”. Anche Stanzani ha concordato con Conso che l’Italia deve subito mettersi in regola con l’ordinamento interno per poter cooperare con la Corte Penale Internazionale.