NPWJ in the news

Se in Siria non si persegue la via della giustizia non ci sarà più pace né ricostruzione
Marco Perduca e Gianluca Eramo, Huffington Post, 06 Apr 2017


 
 
L'attacco chimico che il 4 aprile ha colpito la cittadina siriana di Khan Sheikun, provocando la morte di decine di siriani tra cui 20 bambini, è solo l'ultimo episodio di un conflitto crudele che negli ultimi sei anni ha prodotto centinaia di migliaia di morti e milioni di rifugiati. In vista di importanti decisioni della Comunità Internazionale con Gianluca Eramo, direttore del Progamma Democrazia nella regione MENA di "Non c'è Pace Senza Giustizia", riteniamo che occorra porre con forza l'attenzione delle istituzioni su alcuni elementi imprescindibili per una soluzione del conflitto.
Mentre il Consiglio di Sicurezza dell'ONU si riunisce d'urgenza per deliberare su una proposta di risoluzione presentata da Francia, Stati Uniti e Regno Unito - che condanna l'uso di armi chimiche in Siria e richiede una chiara individuazione delle responsabilità per questa ennesima violazione del diritto internazionale - i leader mondiali si riuniscono a Bruxelles per discutere possibili strategie per il futuro della Siria e della regione lungo tre linee guida generali: valutare il mantenimento degli impegni presi alla conferenza di Londra del febbraio 2016; ribadire gli impegni presi e incoraggiare un sostegno aggiuntivo per le persone in situazione di bisogno in Siria e nei paesi limitrofi insieme alle rispettive comunità ospitanti; evidenziare gli sforzi da parte della comunità internazionale per favorire un buon esito dei colloqui che coinvolgono membri di fazioni siriane sotto l'egida delle Nazioni Unite. Allo stesso tempo è previsto che la conferenza di Bruxelles cominci a considerare eventuali forme di "assistenza post-accordo", cioè investimenti necessari per la ricostruzione di un paese devastato da anni di violento e prolungato conflitto, che dovrebbero seguire il raggiungimento di un documento finale.
La ricostruzione sarà chiaramente necessaria: la popolazione siriana è stata decimata e le sue infrastrutture devastate. Città intere sono in rovina, scuole distrutte, ospedali incapaci di funzionare, e tutti i servizi pubblici necessari a sostenere la vita quotidiana danneggiati in maniera gravissima. Questa distruzione rappresenta, naturalmente, anche una grave violazione delle leggi internazionali per la protezione dei diritti umani. Includere quanto sopra nell'agenda dei colloqui finalizzati a ottenere sostegno per le necessità di tipo umanitario e il negoziato tra siriani potrebbe equivalere a porre il carro di fronte ai buoi. Prima di tutto si anteporrebbe la ricostruzione al recupero, quasi a pensare prima ai mattoni che agli esseri umani - il popolo siriano non può più permettersi di accontentarsi di un posto in seconda fila mentre i suoi diritti e i suoi bisogni vengono discussi, sia ciò a causa degli interessi geopolitici o per la ricostruzione. Seconda di poi, si rischia che gli sforzi per la ricostruzione subiscano la stessa sorte dell'aiuto umanitario – al momento sotto attacco e negato in quanto mezzo per controllare la popolazione e costringere la gente a spostarsi e alimentare la guerra.

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Armi chimiche, stragi di Idlib, Siria
Radio Radicale, 05 Apr 2017


 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Intervista a Niccolò Figà Talamanca (segretario generale dell'Associazione Non c'è Pace senza Giustizia) realizzata da Sonia Martina.

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Siria. Le voci della società civile
Spazio Transnazionale, Radio Radicale, 04 Apr 2017


 
 
 
Ad oltre sei anni dall’inizio del conflitto in Siria – che per l’ONU ha già causato oltre 5 milioni di rifugiati – focus sulla rinascita della società civile siriana. Intervengono Gianluca Eramo (Direttore Programma Medio Oriente e Nord Africa “Non c’è Pace senza Giustizia”), Martina Pignatti (Presidente di “Un ponte per”) e Laura Tangherlini (Giornalista e conduttrice televisiva di Rai News 24).
Nel corso della puntata, le testimonianze di Rami Nakhla (Coordinatore per “Non c’è Pace senza Giustizia” del Progetto Siria), Noura Al Jizawi (Vice Presidente della “Coalizione Nazionale della Rivoluzione Siriana e delle Forze di Opposizione”, Direttrice della ong “Start Point”) e Mazen Kewara (Medico siriano, Direttore della Syrian American Medical Society Foundation).

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Siria: si lavora per la democrazia. Gruppo attivisti a Roma per incontrare istituzioni italiane
Radio In Blu, 30 Mar 2017


 
 
 
 
Siria, la costruzione della democrazia – Un gruppo di attivisti di diversi movimenti sociali siriani sono a Roma per due giorni per incontrare la società civile e le istituzioni italiane.  I lavori sono stati organizzati da Un ponte per… insieme a No Peace Without Justice e alla Iraqi Civil Society Solidarity Initiative, che condividono l’impegno degli attivisti siriani nella difesa dei diritti umani.  La società civile locale dal 2011 ad oggi ha resistito al peso della guerra e si è organizzata per fornire servizi, soccorrere le vittime, educare alla pace, esercitare la democrazia. Sentiamo Mazen Darwish del Syrian Centre for Media and Freedom of Expression, nell’intervista di Federica Margaritora.

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Group says Duterte, not Robredo, upsetting int‘l community
By DJ Yap, Inquirer, 29 Mar 2017


 
 
 
It’s President Rodrigo Duterte, not Vice President Leni Robredo, who is upsetting the international community for his inducement of extrajudicial killings, according to a United Nations affiliate organization to which Robredo sent a video message criticizing Mr. Duterte’s war on drugs.
Speaking for the first time about the firestorm sparked by Robredo’s message to the UN Commission on Narcotic Drugs annual meeting in Vienna on March 16, David Borden, executive director of the UN-accredited Drug Reform Coordination Network, said the Vice President deserved no blame for shining a spotlight on Mr. Duterte’s bloody war on drugs.
In an e-mail correspondence with the Inquirer, Borden said it was Duterte himself who had diverted global attention to the Philippine human rights situation as a result of his strongman policy and rhetoric against drug pushers and users.
(…)
The Inquirer sought Borden and the other leaders of UN-affiliated groups who participated in the Vienna forum for comment on the political fallout that followed Robredo’s message.
“I did not hear anything in the Vice President’s speech that sounded like a betrayal of the public trust,” said Alison Smith, legal counsel and director for the International Criminal Justice Program of the UN-affiliated No Peace Without Justice.
 “To the contrary, she appeared to be acting in the best interests of the public, and of the country as a whole, in appealing for a response to the drug problem based on human rights and the rule of law,” said Smith, who also took part in the Vienna meeting.
In an e-mail to the Inquirer, she said she found Robredo’s message to be “clear and convincing,” while the other participants seemed to find the Vice President’s remarks “inspiring and measured.”
Smith said two main points emerged from the forum: “One is that the way to treat a drug problem is through treatment and rehabilitation. Reducing demand can go a long way to address supply and can also help former drug users become productive members of society.” “The other important point was a sense of fear that in a situation such as we face today with a global rise in populist and authoritarian or authoritarian-leaning leaders, those leaders might adopt a similarly violent approach to drug problems in their own countries,” she said.

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Filippine, liberiamo Leila de Lima
Marco Perduca, 15 Mar 2017


 
 
 
Quest’anno l’8 marzo nelle Filippine è stato festeggiato nel segno del NO alla guerra alla droga. Il Vice Presidente della Repubblica Leni Robredo e la Senatrice Risa Hontiveros hanno reso omaggio alla detenuta più famosa del paese: Leila de Lima. Arrestata il 23 febbraio 2017 con l’accusa di narco-traffico, la Senatrice De Lima, se riconosciuta colpevole, rischia da 12 anni all’ergastolo.
Da quando Rodrigo Duterte è stato proclamato Presidente della Repubblica il 30 giugno dell’anno scorso, nelle Filippine è in corso una massiccia campagna di esecuzioni extragiudiziali in nome della “guerra alla droga” con intimidazioni e minacce sistematiche contro chiunque avanzi critiche.
Fonti pubbliche dicono che dall’estate scorsa oltre 7000 persone, tra “spacciatori” e “drogati”, sono state uccise o trovate morte in circostanze da chiarire senza che le autorità nazionali abbiano aperto indagini ufficiali. Allo stesso tempo centinaia di migliaia di persone si sono consegnate “spontaneamente” alle autorità per paura di cadere vittime della campagna di violenza istituzionale che ha aggravato la già drammatica situazione dell’amministrazione della giustizia di quel paese e delle condizioni delle sue carceri.
Dall’inizio dell’anno la società civile filippina ha iniziato a reagire alle prepotenze presidenziali, in pochi giorni decine di manifestazioni sono state organizzate contro le violenze di Duterte tanto che il Presidente ha fatto richiamare in servizio 160mila agenti della Polizia Nazionale che a fine gennaio erano stati sospesi temporaneamente perché implicati in un enorme giro di corruzione. Anche la Conferenza episcopale filippina – organismo rilevante in un paese in cui oltre l’80% è di confessione cattolica – si è unita nelle critiche senza però far recedere il Presidente dalle sue azioni.
Nell’agosto dell’anno scorso, Leila De Lima aveva denunciato le responsabilità istituzionali delle uccisioni di massa occorse già una decina di anni fa, a seguito di indagini indipendenti. Erano indagini svolte nella città di Davao dove Duterte era sindaco e ras indiscusso. Dall’estate del 2016 il presidente filippino ha accusato la senatrice d’aver fatto entrare droga all’interno di uno dei più grandi carceri del paese quando ella era Ministra della giustizia. La campagna diffamatoria presidenziale ha portato il Presidente del Senato a rimuovere la De Lima dalla presidenza della commissione diritti umani con l’accusa di voler “distruggere il Presidente”. Da allora gli alleati del Presidente in Parlamento hanno confermato le accuse di Duterte nei confronti della loro collega. Il 17 febbraio scorso il Dipartimento di Giustizia ha rincarato la dose accusandola di vero e proprio narco-traffico.
La settimana scorsa Radicali italiani, Non c’è pace senza giustizia e l’Associazione Luca Coscioni hanno scritto a tutti i parlamentari italiani per chiedere l’immediata liberazione della senatrice De Lima e la fine delle uccisioni di massa nelle Filippine. In questi giorni è in corso a Vienna la riunione della Commissione ONU sulle Droghe e il 16, la Fondazione DRCNet e l’Internazionale liberale e altre associazioni asiatiche illustreranno il caso filippino anche nel quadro dell’attivazione della giurisdizione della Corte Penale Internazionale per crimini contro l’umanità. Tra i presenti Jose Luis Martin “Chito” Guascon, Presidente Commissione sui diritti umani, Repubblica delle Filippine; Lousewies van der Laan ,ex leader degli olandesi D66; Maria Leonor “Leni” Girona Robredo, Vice Presidente delle Filippine; Alison Smith, di Non c’è Pace Senza Giustizia; Abhisit Vejjajiva Presidente dei Liberali e dei Democratici asiatici, ex primo ministro della Thailandia oltre David Borden, direttore esecutivo della DRCNet Foundation e chi scrive.

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Tutto il mondo contro Duterte: pioggia di critiche sulla guerra alla droga
di Andrea Spinelli Barrile, International Business Times, 13 Mar 2017


 
 
Lo scorso 23 febbraio la signora Leila de Lima è stata arrestata a Manila, nelle Filippine, accusata di corruzione e narcotraffico, diventando la più famosa detenuta del Paese, in patria e all'estero. Leila de Lima è una senatrice del Parlamento della Repubblica delle Filippine, già Ministro della Giustizia con il precedente governo, e negli ultimi mesi si è distinta per essere un'accanita oppositrice al presidente Rodrigo Duterte, criticandolo fortemente e accusandolo di responsabilità dirette nelle esecuzioni extragiudiziali di “spacciatori” e “drogati”: oltre 7.000 cadaveri dal 1 luglio ad oggi, secondo i numeri snocciolati dallo stesso governo filippino (la vice-presidente Robredo ha di recente corretto il numero parlando di 8.000 morti).
(…)
Leila de Lima è il primo prigioniero politico della presidenza di Rodrigo Duterte ma non è l'unica a temere per la propria incolumità: il senatore Antonio Trillanes IV ha dichiarato di recente che “Duterte mi vuole morto”. Il proibizionismo nelle Filippine “si conferma come una potente e mortale museruola. Chi è contro la guerra alla droga è un nemico della sicurezza del popolo e, se non direttamente coinvolto o comunque coinvolgibile nel traffico, deve esser sequestrato fisicamente per zittire ogni voce critica” ha dichiarato a IBTimes Italia Marco Perduca dell'Associazione Luca Coscioni, ed ex-senatore Radicale, che partecipa proprio in questi giorni alla 60° Conferenza ONU sulle Droghe di Vienna.
(…)
In verità la guerra alla droga di Duterte, che indigna mezzo mondo, sta incrinando gli equilibri politici anche all'interno delle Filippine: alla riunione della Commissione ONU di Vienna è intervenuta anche la vice-presidente delle Filippine Leni Robredo, che ha sorprendentemente criticato le priorità del presidente Duterte in materia di guerra alla droga: “È un problema complesso che non si risolve solo con le pallottole e deve essere considerato per ciò che è veramente: un complesso problema di salute pubblica legato a povertà e disuguaglianze sociali”, ha dichiarato in un video (…) trasmesso il 13 marzo durante un incontro organizzato dall'Associazione Luca Coscioni a margine della Conferenza ONU, con il sostegno dell'Internazionale liberale e della Drug Policy Alliance, oltre che in collaborazione con la DRCNet Foundation.
(…)
Ieri (15 marzo) diversi senatori e deputati italiani hanno rilanciato un appello, #FreeLeila, lanciato proprio dall'Associazione Luca Coscioni, da Radicali Italiani e da Non C'è Pace Senza Giustizia affinché la senatrice filippina Leila de Lima venga scarcerata. Una battaglia sempre più aspra e sempre più ampia condotta dentro e fuori dell'arcipelago delle Filippine, che sopperisce oggi ciò che la comunità internazionale non riesce a fare: cercare di fermare i crimini di Duterte contro il suo stesso popolo.
 

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Tanzania: a Dar es Salaam seminario su mutilazioni genitali femminili
OnuItalia, 23 Feb 2017

Si e’ svolto oggi a Dar es Salaam, in Tanzania, il seminario “Working to End Female Genital Mutilation”per una analisi delle sfide e i progressi realizzati dalla Tanzania sul fronte della lotta alle mutilazioni genitali femminili (Mgf), alla luce della recente conferenza di Roma “BanFGM” promossa dall’associazione “Non c’è pace senza giustizia” con il sostegno politico e finanziario del Ministero degli Esteri e dell’Agenzia per la Cooperazione (Aics).
Il seminario ha visto la partecipazione della Presidente del Parlamento tanzaniano, Tulia Ackson, e del Segretario Generale del Ministero della Sanità, rispettivamente in qualità di ospite d’onore e di moderatore del seminario, presenti rappresentanti della società  civile, delle Agenzie Onu e delle istituzioni pubbliche.
Il seminario ha offerto anche l’occasione per mettere in luce l’impegno di dell’Italia a favore della salvaguardia e promozione dei diritti umani e dell’importanza fondamentale annessa dal Paese alle iniziative a tutela della donna da ogni forma di violenza e discriminazione, favorendo anche a livello internazionale azioni positive volte ad affermarne il ruolo nella società su un piano di parità di genere.
In questo senso sono stati puntati i riflettori sul ruolo guida svolto dall’Italia nella campagna per l’attuazione della Risoluzione 67/146 dell’Onu contro l’infibulazione e le mutilazioni genitali femminili e le molteplici iniziative di cooperazione che l’Italia ha avviato a sostegno della promozione del ruolo della donna, anche in Tanzania, dove la Cooperazione italiana, tra il 2009 ed il 2012, ha sostenuto delle iniziative volte a valorizzare e potenziare il ruolo sociale, politico ed economico delle donne tanzaniane. (@OnuItalia)

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Cooperazione: Tanzania, a Dar es Salaam seminario su mutilazioni genitali femminili
Agenzia Nova (Nairobi), 23 Feb 2017

Si svolge oggi a Dar es Salaam, in Tanzania, il seminario “Working to end female genital mutilation”, che intende analizzare le sfide e i progressi realizzati dalla Tanzania sul fronte della lotta alle mutilazioni genitali femminili (Mgf), alla luce della recente conferenza di Roma “BanFgm” promossa dall’associazione “Non c’è pace senza giustizia” con il sostegno politico e finanziario della Farnesina e dell’Agenzia italiana per la Cooperazione allo sviluppo (Aics). Il seminario, come riferisce una nota della sede Aics di Nairobi, vedrà la partecipazione della presidente del parlamento tanzaniano, Tulia Ackson, e del segretario generale del ministero della Sanità, rispettivamente in qualità di ospite d’onore e di moderatore del seminario, che vedrà inoltre la presenza di rappresentanti della società civile, delle agenzie Onu e delle istituzioni pubbliche. (segue) (Com) © Agenzia Nova - Riproduzione riservata.

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South Africa: ICC withdrawal bid unconstitutional say judges
CICC News, 22 Feb 2017

On 22 February 2017, the judges of the North Gauteng (Pretoria) high court judges unanimously ruled that the South African government jumped the gun by notifying the UN of its intention to withdraw from the ICC without first obtaining parliamentary approval, and ordered President Zuma to revoke the 2016 notification.
“The absence of a (specific) provision in the Constitution for the executive to terminate any international agreement is confirmation of the fact that such power does not exist until Parliament legislates for it,” said Judge Phineas Mojapelo in delivering the unanimous judgment. He also called the withdrawal "hasty, irrational and unconstitutional." The judgment stems from an executive action by the South African government last October by which it notified the UN Secretary-General – the depositary of the Rome Statute, the ICC founding treaty – of its intention to withdraw from the ICC.
A victory for rule of law says civil society
(…)
“This is clearly a victory for the rule of law and a shining demonstration of the important role the judicial system has to play in ensuring the proper checks and balances are upheld”, said Alison Smith, No Peace Without Justice International Criminal Justice Director. “Today’s decision gives victims a reprieve and edges South Africa back to the community of nations that together have decided that might is not right; that impunity for crimes under international law is a threat and an affront to all of humanity, requiring a global justice response when national systems are unwilling or unable to investigate and prosecute; and that those who bear the greatest responsibility for atrocities need to account for their crimes irrespective of their official capacity or diplomatic status.”
(…)
“We hope today’s decision gives time for cooler heads in South Africa’s Government to prevail and decide not to present a withdrawal Bill to Parliament”, Smith added. “If that happens, however, we hope that South Africa’s Parliament will stand on the side of victims and the protection of human rights on which today’s South Africa was built. In the meanwhile, we urge all States Parties to continue to reiterate in no uncertain terms their commitment to the integrity and the principles underpinning the Rome ICC Statute and their absolute commitment to ensuring justice and redress for victims of the world’s worst crimes, wherever they may take place."

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"Medicalisation is one of the biggest threats against the programme to eliminate FGM", the experts said
Reuters / The Indian Express / All Africa, 07 Feb 2017


A growing trend for midwives and nurses to carry out female genital mutilation (FGM) is undermining global efforts to eradicate the internationally condemned practice, experts have warned. Morissanda Kouyate head of the Inter-African Committee on Traditional Practices called for courts to get tough on health workers convicted of carrying out FGM. He also urged professional medical and health associations to expel members who repeatedly perform FGM.
“Medicalisation is one of the biggest threats against the programme to eliminate FGM,” Kouyate told the Thomson Reuters Foundation by phone from Rome ahead of international FGM awareness day on Monday. He called for countries to revise their laws on FGM to make clear that health professionals convicted of offences should face the maximum sentences allowed under the legislation. An estimated 200 million girls and women worldwide have undergone FGM, which usually involves the partial or total removal of the female genitalia and can cause a host of serious health problems.
Speaking at a global conference on FGM in Rome last week, Kouyate said medicalisation was an unfortunate result of early efforts to tackle FGM, which had focussed on the health risks. The ancient ritual – practised in at least 27 African countries and parts of Asia and the Middle East – is usually carried out by traditional cutters, often using unsterilised blades or knives. In some cases, girls can bleed to death or die from infections. Later on, FGM can cause fatal childbirth complications.

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La giornata di riflessione per dire stop alla tortura delle MGF
di Giada Gramanzini, La Voce di New York, 07 Feb 2017


Il 6 febbraio ė la Giornata internazionale della tolleranza zero contro le mutilazioni genitali femminili (MGF), istituita dalle Nazioni Unite nel 2003, in seguito al discorso tenuto dalla First Lady della Repubblica Federale di Nigeria Stella Obasanjo, durante la conferenza del Comitato interafricano sulle pratiche tradizionali che inficiano la salute di donne e bambine.
(…)
A livello globale, almeno 200 milioni di donne e bambine hanno subito una qualche forma di mutilazione genitale in 30 paesi, con una particolare concentrazione in Africa e in alcune comunità di Asia, America Latina ed Emirati Arabi. Nella maggior parte di questi territori, le ragazze vengono mutilate prima del loro quinto compleanno.
L’abolizione delle mutilazioni genitali femminili è stata richiesta da numerose organizzazioni intergovernative, tra cui l’Unione Africana, l’Unione Europea e l’Organizzazione per la Cooperazione Islamica, così come in tre risoluzioni dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.
Il programma congiunto UNFPA-UNICEF sulle mutilazioni genitali femminili si concentra sulla tutela di donne e bambine da pratiche di questo tipo e sulle cure di quelle sopravvissute, utilizzando un approccio partecipativo e culturalmente sensibile, fondato sui diritti umani. Fin dalla sua istituzione nel 2008, tale programma ha sostenuto nella lotta contro tali pratiche ben 17 paesi, 13 dei quali sono riusciti a creare politiche, disposizioni di legge e dotazioni di bilancio necessarie ad annientare questo male. Nel 2016, inoltre, grazie alla collaborazione con i governi, la società civile e le comunità, il programma congiunto UNFPA-UNICEF ha raggiunto importanti traguardi: le dichiarazioni pubbliche di abbandono delle MGF sono state effettuate all’interno di 2.906 comunità in ben 15 paesi e 10.080 famiglie in Egitto, per un totale di circa 8,5 milioni di persone; più di 730.000 donne hanno ricevuto protezione e servizi di assistenza tramite diversi interventi multisettoriali; i responsabili sono stati assicurati alla giustizia, vedendo l’esecuzione di 71 arresti, con 252 casi di MGF provati in tribunale e 72 condanne.
(…)
Sia sul piano politico che su quello della cooperazione allo sviluppo, il governo italiano è sempre stato attivamente impegnato su questo fronte, distinguendosi nella campagna internazionale e conquistando il ruolo di interlocutore privilegiato con i Paesi africani. L’Italia ha sostenuto, infatti, diverse azioni di contrasto al fenomeno: prima fra tutte, la campagna lanciata negli anni novanta dall’allora Commissario europeo Emma Bonino al fianco dell’organizzazione Non C’è Pace Senza Giustizia, (rilanciata nel 2010 insieme ai Radicali Italiani). Grazie a Mara Carfagna, tramite il Dipartimento per le pari opportunità, un’altra campagna per la sensibilizzazione dell’opinione pubblica sulle mutilazioni genitali femminili è stata realizzata nel 2008. Il nostro paese ha inoltre supportato la campagna europea END FGM, lanciata da Amnesty International nel settembre 2009, che appoggiava a sua volta la forte richiesta fatta dal Parlamento europeo per porre fine a questo terribile fenomeno, attraverso una risoluzione congiunta adottata il 14 giugno 2012.

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Masooma Ranalvi: We need stringent laws to ban practice of khatna
by Gaurav Sarkar, Mid Day (India), 06 Feb 2017


It is one of our secret shames. But when the world observes International Day of Zero Tolerance for Female Genital Mutilation today, Masooma Ranalvi and her group of 50 Bohri women from across India will have it split wide open.
Ranalvi (50), a former Mumbaikar who now resides in Delhi, was the only Indian representative at the two-day BanFGM conference held in Rome last week. The conference, attended by nearly 30 countries, aimed at addressing current challenges that countries face in ending female genital mutilation (FGM).
Ranalvi tells mid-day she discussed the prevalence of the practice in India, locally known as khatna in the Bohri community. “Many didn’t believe that it happens here.” But there could have been no one better than her to convince them of it. For, she was ‘cut’ at the age of 7. “All of us were deceived into being cut. It was my grandmother who took me. The experience was horrific,” says Ranalvi, who founded Speak out on FGM comprising 50 women in 2014.

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HR Groups Urge UK Foreign Secretary to Call for Nabeel Rajab's Release
Bahrain Mirror, 06 Feb 2017


More than 20 human rights figures and organizations sent letter to the British Secretary of State for Foreign and Commonwealth Affairs, Boris Johnson, urging him to call on the Kingdom of Bahrain to release Nabeel Rajab.
In the letter published on the Index on Censorship website, they stressed that "in light of recent developments in Bahrain, we write to raise our deep concern over the punitive trials of prominent human rights defender Nabeel Rajab, who is being prosecuted in three separate cases for exercising his right to freedom of expression."
"As Foreign Secretary you have re-committed your Office to counter the shrinking of civil society space and promote the work of human rights defenders. We therefore urge you to give effect to this commitment by calling for the release of Nabeel Rajab," they added.
"We strongly believe that the UK, following your and the Prime Minister's visit to Bahrain in December, and particularly now that the UK has regained a seat on the UN Human Rights Council, should review its current policy on the human rights situation in Bahrain, publicly condemn regressive measures and call for the release of Nabeel Rajab and others detained solely for peacefully exercising their right to freedom of expression such as Sheikh Ali Salman, the Secretary General of al-Wefaq National Islamic Society," the HR groups further noted.
They went on to say that "the UK's significant historical, economic, security and political ties with Bahrain incur a responsibility to acknowledge and criticise negative human rights developments within the country. The UK's voice is strongly heard in Bahrain, and we urge you to act publicly and promptly in support of Nabeel Rajab's human rights work and call for his release."
The human rights figures and organizations concluded their letter by requesting a meeting with the FCO to discuss their human rights concerns in Bahrain and Nabeel Rajab's case and hear the FCO's views on his case and what the UK government can do to uphold its commitment to reverse the shrinking civil society space in Bahrain.
The letter was signed by the following:
Americans for Democracy & Human Rights in Bahrain (ADHRB), Amnesty International UK, ARTICLE 19, Bahrain Center for Human Rights (BCHR), Bahrain Institute for Rights and Democracy (BIRD), Bahrain Youth Society for Human Rights, Canadian Journalists for Free Expression (CJFE), English PEN, European Centre For Democracy and Human Rights (ECDHR), FIDH, under the Observatory for the Protection of Human Rights Defenders, Gulf Centre for Human Rights (GCHR), Index on Censorship, Lawyer's Rights Watch Canada (LRWC), No Peace Without Justice, PEN International, Rafto Foundation, Reporters Without Borders, The Bahrain Press Association, the World Organisation Against Torture (OMCT), under the Observatory for the Protection of Human Rights Defenders; Individuals: Clive Stafford Smith (OBE), director of Reprieve, Professor Damian McCormack.

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Approvata alla Camera la risoluzione sui Difensori dei Diritti Umani
Agenpress, 01 Feb 2017


La Commissione Esteri della Camera dei Deputati approva la risoluzione sui Difensori dei Diritti Umani che riprende le richieste di una rete di organizzazioni della società civile italiana per la protezione degli attivisti impegnati nella tutela dei diritti umani nel mondo. “Un importante passo in avanti”: così commenta Francesco Martone, responsabile advocacy dell’organizzazione “Un ponte per…”, l’approvazione della risoluzione sui Difensori dei Diritti Umani avvenuta oggi alla Commissione Esteri della Camera e presentata a prima firma dall’On. Marietta Tidei (PD).
“La presa di posizione del Parlamento giunge in una fase di grave acutizzazione dell’attacco alle donne a agli uomini impegnati nella difesa dei diritti umani nel mondo, e ad un mese dalle iniziative per ricordare Bertha Caceres, attivista indigena honduregna uccisa per essersi opposta ad un progetto di diga nella sua terra”, spiega Martone.
La risoluzione riflette infatti le proposte e le richieste formulate da un’ampia coalizione di oltre 20 associazioni ed organizzazioni della società civile italiana impegnate nella difesa dei diritti umani, nella tutela ambientale, per la libertà di espressione e di stampa, per il sostegno ad attivisti/e ed avvocati/e minacciati nel mondo a causa del loro lavoro. Nell’ottobre scorso la coalizione aveva inviato una prima lettera, all’allora ministro degli Esteri Paolo Gentiloni, e poi organizzato il Convegno internazionale “Difendiamoli!”, ospitato alla Camera il 28 novembre 2016, cui erano stati invitati difensori e difensore dei diritti umani da ogni parte del mondo.Tra gli obiettivi dell’iniziativa quello di fare pressione sulla Farnesina affinché si doti di strumenti di protezione degli attivisti e delle attiviste minacciate, sulla scia di quanto fatto da altri paesi dell’Unione Europea, dando così seguito agli orientamenti della stessa Ue in materia.
In seguito, dovranno essere anche messe a punto diverse modalità di concessione di visti temporanei per coloro che sentano la necessità di lasciare momentaneamente i propri paesi.  La rete italiana, inoltre, sta lavorando per coinvolgere gli Enti locali nella creazione di “città rifugio”, che possano dare protezione e accoglienza temporanea. “Adesso ci aspettiamo azioni concrete, prima fra tutte l’attuazione degli orientamenti UE in maniera trasparente, attraverso l’elaborazione e la pubblicazione di linee guida per il personale diplomatico italiano, al fine di permettere un monitoraggio del loro lavoro e agli/alle attivisti/e di essere informati delle possibilità di sostegno”, prosegue Martone. “Chiediamo che l’Italia che presiederà il prossimo anno l’OSCE, organismo che ha delle linee guida eccellenti sul tema, metta la questione dei difensori e delle difensore dei diritti umani al centro dell’agenda politica internazionale”.
La coalizione italiana sui difensori dei diritti umani è composta e sostenuta  da: AIDOS, Amnesty International, Associazione Antigone, Centro di Ateneo per i Diritti Umani, Università  di Padova,  Coalizione Italiana Libertà e Diritti Civili, AOI, ARCI, ARCS, Associazione Articolo 21, CGIL , Comitato Giustizia per i Nuovi Desaparecidos, COSPE, Fondazione Lelio e Lisli Basso-Issoco, Giuristi Democratici, Greenpeace Italia, Legambiente, Libera. Associazioni Nomi e Numeri contro le mafie, Non c’è Pace senza Giustizia, Operazione Colomba, Radicali Italiani, Rete per la Pace, Terra Nuova, Peace Brigades International – Italia, Progetto Endangered Lawyers/Avvocati Minacciati, Unione Camere Penali Italiane, Un ponte per… 

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Mutilazioni genitali, 140 mln di vittime. Cooperazione in prima linea contro fenomeno
di Francesco Cosentino, Il Velino, 31 Jan 2017


“Secondo le stime dell’Organizzazione mondiale della sanità, 140 mln tra donne e bambine hanno subito qualche forma di mutilazione: è un numero inaccettabilmente alto destinato a crescere di 3 milioni all’anno”. Questo l’allarme lanciato da Pietro Sebastiani, Direttore generale per la Cooperazione allo sviluppo, nel corso della sessione conclusiva della conferenza “Worldwide Ban on Female Genital Mutilation”, organizzata alla Farnesina dall’Ong “Non c’è pace senza giustizia”, in collaborazione con il ministero degli Affari Esteri e con l’Agenzia italiana per la Cooperazione allo Sviluppo. Presenti, tra gli altri, l’ex ministro degli Esteri Emma Bonino, Morissanda Kouyaté, Direttore esecutivo del Comitato Inter-Africano sulle Pratiche Tradizionali, Luca Giansanti, Direttore Generale Affari Politici e di Sicurezza del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale. “La Cooperazione italiana – ha aggiunto Sebastiani – ha sempre sostenuto gli sforzi della comunità internazionale contro questa pratica odiosa. Nel 2016 sono stati stanziati 2 milioni di euro per l’Unfpa/Unicef”. L’Italia, ha sottolineato, “è in prima linea in Senegal, Burkina Faso, Niger ed Etiopia” con programmi a sostegno delle vittime e per il loro empowerment. In quest’ottica l’Italia, in occasione del Global Leader Meeting on Gender Equality del settembre 2015, ha stanziato 50 mln per il biennio 2016/2017 proprio per l’empowerment delle donne”. Si tratta, ha concluso Sebastiani, “di un obiettivo ambizioso ma raggiungibile”.

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FGM: Bonino, from Italy a message of inclusion and dialogue, education and respect
(by Valentina Bianco, OnuItalia, 31 Jan 2017


“Tackling the issue of female genital mutilation is not about imparting lessons to one another but rather, about a process. Differences must not undermine us, nor should we allow stereotypes to divide us”.  This is the message Emma Bonino reiterates in her address at the Conference on the worldwide ban of female genital mutilation (FGM) that is taking place today and tomorrow at the Italian Ministry of Foreign Affairs, organized by the NGO “No Peace without Justice” (NPWJ), the Inter-African Committee (IAC) and their partners, in collaboration with the Italian Ministry of Foreign Affairs and the Italian Agency for Cooperation and Development.
Bonino, a long time politician who served in numerous capacities, including the post of Minister of Foreign Affairs, founded NPWJ in 1993 and has always shown unyielding commitment to humanitarian issues and women’s rights.  She explains that the eradication of FGM “is not a vision that rich countries wish to impose on poor ones, but there are clear-cut boundaries that cannot be crossed. We have the utmost respect for other cultures but we must defeat practices that are blatantly harmful”.

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Le mutilazioni genitali femminili, "un male universale »
Askanews / AI TV, 30 Jan 2017


La violenza sulle donne è "un male che ci affligge su scala universale" e occorre dunque riunire le forze per superare le logiche che considerano ordinari certi comportamenti - come la pratica delle mutilazioni genitali femminili - solo perché radicati nella società e nella cultura locale. Alla Farnesina, che ha ospitato la Conferenza per la messa al bando delle mutilazioni genitali femminili, promossa in collaborazione con "Non c'è pace senza giustizia", sono tutti concordi: si tratta di una "pratica nefasta".L'ex ministro degli Esteri Emma Bonino, da sempre impegnata per i diritti delle donne e contro questa terribile forma di violenza: "Ci sono settori e campi in cui la determinazione di alcuni paesi è continua e può fare, a medio termine, la differenza. Uno di questi temi è la promozione dei diritti delle donne, non intese come minoranza da tutelare ma come una maggioranza protagonista di un cambiamento".Su questi temi - secondo il pensiero comune ai partecipanti - nessuno dà lezione ad altri, perché si tratta di "un processo che a volte va avanti, altre volte torna indietro". E non bisogna farsi dividere dallo stereotipo che questa è la visione che il mondo ricco impone al mondo in via di sviluppo. "Impedire il matrimonio di una bambina di nove anni, non è divisione Nord-Sud, è solo una tutela della persona", ha avvertito la leader radicale. Non si tratta di tradizioni o di culture, ma di "pratiche nefaste che occorre superare, perché ci sono limiti molto chiari a cui non bisogna venir meno".Insomma, è fondamentale lavorare su "aspetti di natura culturale e sociale", hanno concordato il sottosegretario Benedetto della Vedova e il segretario generale della Farnesina Elisabetta Belloni. C'è la necessità di guardare il problema in una prospettiva più ampia. Le donne possono fare la differenza migliorando la loro condizione, quella delle loro famiglie, del tessuto economico e del contesto sociale a cui appartengono". D'altra parte, ha commentato Elisabetta Belloni, è "sempre più evidente l'esigenza di operare nel settore dell'educazione, sulla consapevolezza che le donne per prime devono avere del diritto della libertà di scelta, dei diritti umani da applicare".

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FGM: Italy, “political will of governments is crucial
By Alessandra Baldini, OnuItalia, 30 Jan 2017


“Political will of governments is crucial” in eradicating all forms of violence against women, and specifically the practice of female genital mutilation, said the Secretary General of the Italian Minister of Foreign Affairs, Elisabetta Belloni, in her address at the Conference on the worldwide ban of female genital mutilation (FGM) that is taking place today and tomorrow at the Italian Ministry of Foreign Affairs, organized by the NGO “No Peace without Justice” (NPWJ), the Inter-African Committee (IAC) and their partners, in collaboration with the Italian Ministry of Foreign Affairs and the Italian Agency for Cooperation and Development.

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Les grandes leçons de la campagne contre les mutilations génitales
Emma Bonino, Le Soir, 30 Jan 2017


Des décennies de campagne pour défendre les droits des personnes les plus vulnérables et les plus défavorisées m’ont appris deux choses. La première est que le fondement de la plupart des violations des droits humains réside dans la négation de la liberté de choix personnel, et cela est d’autant plus vrai en ce qui concerne les droits fondamentaux des femmes et des filles. Les traditions, particularités culturelles et autres us et coutumes ne sont qu’un ensemble de prétextes disparates, dont certains se servent comme alibi pour continuer impunément à maintenir d’autres êtres humains en état de soumission. Les droits de l’homme sont universels et non négociables, et nous ne pouvons pas transiger d’un iota sur le respect de ce principe intangible. En d’autres termes, nous ne pouvons pas accepter que le fait de voler l’enfance d’une fille de sept ans, en la forçant à se marier avec un homme adulte et à subir une relation sexuelle, soit justifié au nom de la diversité culturelle, sous peine de devenir complice de ses bourreaux. Tout comme nous ne pouvons pas accepter qu’il y ait des endroits dans ce monde où le viol conjugal n’est pas puni par la loi, car il est considéré comme une expression du droit légitime d’exiger la satisfaction sexuelle de la part de son conjoint. Toute circonstance où la contrainte prévaut sur le libre choix constitue une violation intolérable de l’autodétermination individuelle, et doit être combattue en tant que telle.
La deuxième leçon que j’ai tirée concerne la relation entre le pouvoir politique et les citoyens. Eclaircissons d’emblée un fait : le pouvoir en soi n’est ni bon ni mauvais, mais son usage dévoyé peut causer des dégâts aussi conséquents que les avantages générés par son usage responsable. Prenons comme exemple la lutte contre les mutilations génitales féminines (MGF), une violation des droits humains qui touche la vie de près de deux cents millions de femmes et de filles dans le monde. Sans une interaction directe entre les militants qui luttent depuis plus de trente ans contre cette violence et les représentants institutionnels, nous n’aurions pas pu célébrer, il y a quatre ans, l’étape historique de la résolution des Nations Unies qui interdit universellement les MGF et enjoint tous les Etats à se doter de lois explicites à cet effet. Pour parvenir à ce résultat, nous avons pu compter sur la contribution cruciale tant des activistes africaines qui sont devenues en quelque sorte le visage de la campagne BanFGM, à l’instar de Khady Koita et de Nice Nailantei Leng’ete, que de personnalités comme Chantal Compaoré ainsi que l’actuelle Première dame du Burkina Faso, Sika Kaboré.
La volonté politique des gouvernements est donc fondamentale, et lorsqu’elle est absente le désir de changement demeure malheureusement circonscrit au règne des bonnes intentions. Pour que cette volonté politique parvienne à maturité, il faut cependant que les gouvernements écoutent leurs propres citoyens, les reconnaissent comme interlocuteurs et porteurs de besoins et d’exigences dont la res publica doit s’occuper avant toute autre chose. Multiplier les initiatives pour aider à créer des occasions de dialogue est donc crucial et cela a été le cœur de la méthode, innovante, qui a marqué deux décennies d’engagement de No Peace Without Justice. C’est sous cette même enseigne que, sur notre initiative et avec le soutien du gouvernement italien, les principaux protagonistes de la campagne BanFGM – ministres, parlementaires et activistes des pays où les MGF sont pratiquées, et les représentants d’organisations internationales – se réuniront la semaine prochaine à Rome pour définir conjointement de nouveaux objectifs de lutte et une stratégie d’action pour les réaliser.

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Farnesina, conferenza sulla lotta alle mutilazioni genitali femminili
di Francesco Cosentino, Il Velino, 30 Jan 2017


È necessario superare “quelle logiche che considerano certi comportamenti come ordinari perché radicati nella società e nella cultura locale”. È necessario “muoversi secondo schemi improntati al dialogo, all’inclusività e alla responsabilizzazione delle comunità locali”. Lo ha detto il sottosegretario agli Esteri, Benedetto Della Vedova, nel corso della conferenza “Worldwide Ban on Female Genital Mutilation”, organizzata alla Farnesina dall’ong “Non c’è pace senza giustizia”, in collaborazione con il ministero degli Esteri e con l’Agenzia italiana per la Cooperazione allo Sviluppo. Presenti anche Elisabetta Belloni, Segretario Generale della Farnesina, Emma Bonino, fondatrice di “Non c’è pace senza giustizia”, Sika Kaboré, First Lady del Burkina Faso, e Lalla Malika Issoufou, First Lady del Niger. Proprio Issoufou, parlando dell’esperienza del Niger, ha sottolineato che il suo governo “vuole giungere alla tolleranza zero verso le mutilazioni genitali femminili”, rimarcando le “diverse iniziative prese” e sottolineando come “la percentuale sia in diminuzione, anche se ancora ci sono disparità etniche e regionali”. Issoufou ha infine ringraziato l’Italia per aver organizzato questa conferenza ma anche per “l’impegno in Niger”. Un impegno testimoniato anche dalla prossima apertura di due ambasciate, una nella capitale nigerina Niamey e l’altra nella capitale della Guinea, Conakry, come confermato nel corso della conferenza sia da Della Vedova che dalla Belloni. “La difesa dei diritti delle persone – ha sottolineato Bonino nel corso del suo intervento – sarà sempre un elemento importante e positivo. Le donne non sono una minoranza da proteggere ma protagoniste attive dei cambiamenti”.

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First ladies vow to fight 'barbaric' genital mutilation in West Africa
Emma Batha, Rome, Thomson Reuters Foundation, 30 Jan 2017


The first ladies of Niger, Burkina Faso and Benin promised on Monday to "end the scourge of female genital mutilation" (FGM) in their countries amid warnings the practice had gone underground in Benin. "FGM is a barbaric practice," Niger's Lalla Malika Issoufou told an international conference on FGM in Rome.
She said Niger's president, Mahamadou Issoufou, was fully behind efforts to eradicate the ritual and that the country was looking at bolstering its law. Worldwide, an estimated 200 million girls and women have been subjected to the ancient ritual which usually involves the partial or total removal of the external genitalia. It is often carried out by traditional cutters.
The internationally condemned practice is rooted in the wish to control female sexuality, but beliefs around it vary. Some communities see it as a prerequisite for marriage.

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Il peso della tradizione sopravvive alle norme contro le mutilazioni genitali
Vichi De Marchi, L'Huffington Post, 30 Jan 2017


Celina, un'insegnante kenyota, teme l'inizio del nuovo anno scolastico. Sa che molte delle sue studentesse di 11 e 12 anni non si presenteranno. Durante le vacanze estive i loro genitali sono stati mutilati. Per loro non ci sarà più la scuola. Ben presto le attenderà un matrimonio imposto dalla famiglia. Zeinab Hassan vive, invece, in Somaliland. La sua "mutilazione" è avvenuta quando aveva appena sei anni. "È stato terribile. Ancora ricordo il rumore del coltello", dice. Ora, ormai madre di tre figli, è attivista di Action Aid e da anni si batte contro le mutilazioni genitali femminili che, anche se formalmente vietate in moltissimi paesi e da una risoluzione (storica) delle Nazioni Unite, adottata nel 2012 (e ribadita nel 2014 e 2016), restano una pratica diffusa.
L'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) stima che siano 200 milioni le donne e le ragazze che hanno subito mutilazioni genitali. Di queste, 44 milioni non hanno ancora compiuto 15 anni.
La loro autonomia è spezzata così come il loro diritto all'autoderminazione, alla sessualità, a immaginare un proprio futuro. È "il prezzo della sposa", della sua verginità e affidabilità. Poco importa che per molte donne tutto questo abbia un prezzo anche in termine di salute, di rischio per la vita, quando per esempio mettono al mondo un figlio. Il peso della tradizione e di antiche convinzioni sopravvive anche alle norme che vietano le mutilazioni sessuali. Perché, a esercitare il controllo sul corpo della donna non vi è solo la famiglia ma un'intera comunità con le sue regole sociali difficili da spezzare, pena l'esclusione. Succede in molti paesi, non solo in Africa, anche se qui la pratica è più diffusa che altrove. Resiste, per esempio, con tenacia in Egitto, Eritrea, Mali, Somalia. Lambisce le nostre città. Alcuni casi, infatti, sono stati segnalati anche in Europa, in America del Nord e in Australia anche se ogni statistica è arbitraria, essendo un fenomeno che vive nella totale illegalità. A volte sono le vacanze scolastiche il momento più a rischio per le giovanissime immigrate con la famiglia che decide il ritorno al paese d'origine quando è giunto il tempo di farle "mutilare".
A lanciare l'allarme è la ONG "Non c'è pace senza giustizia" - da anni attiva contro le mutilazioni genitali femminili - che, oggi e domani, alla Farnesina, discuterà di leggi, di tutela dei diritti umani, di empowerment delle donne, a partire dalla adolescenti, chiamando a un confronto le protagoniste (del Nord e del Sud del mondo) della battaglia per l'eliminazione totale delle mutilazioni genitali femminili.

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Mutilazioni genitali femminili: "Fermiamole entro il 2030"
Repubblica, 25 Jan 2017


Nice Nailantei Leng'ete – ambasciatrice contro le mutilazioni genitali femminili e operatrice di Amref – torna in Italia per raccontare il suo lavoro in Africa. L'obiettivo è mettere al bando la pratica del taglio entro il 2030, come stabilito dalle Nazioni Unite. Diversi gli eventi e gli incontri a cui parteciperà, tra cui quelli con l'ex ministro degli Esteri, Emma Bonino e della presidente della Camera, Laura Boldrini. Nel 2015 il mondo si è posto dei nuovi obiettivi da raggiungere entro il 2030 per garantire il cosiddetto “sviluppo sostenibile”. Tra questi traguardi vi sono la garanzia della parità di genere e la messa al bando delle mutilazioni genitali femminili. Nice Nailantei Len’gete tutti i giorni traduce sul campo gli obiettivi che si sono dati i grandi della Terra. Lo fa nelle comunità africane in cui lavora, dove dal 2012 ha contribuito a salvare oltre 10.500 bambine dalla mutilazione genitale femminile.
Impegno mondiale. Già nel 2012 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite emanò una risoluzione finalizzata all’eliminazione di queste pratiche. Negli anni sono stati compiuti vari progressi su questo fronte e oggi 24 dei 29 Paesi dove si concentrano maggiormente le mutilazioni hanno promulgato una normativa contro questa pratica.
Ridurre il gap. L’applicazione delle norme, tuttavia, non è sempre immediata, specialmente se il contesto è quello di comunità rurali remote e tradizionaliste. In Kenya e al confine con la Tanzania, Nice lavora per ridurre questo gap. Grazie al suo impegno e ai progetti proposti da Amref, si diffondono sempre di più i Riti di Passaggio Alternativi, frutto di un approccio utilizza attività di sensibilizzazione e formazione rivolte a tutti gli attori chiave delle comunità (inclusi anziani e giovani guerrieri Moran) per contrastare la pratica del taglio.
Chi è Nice. Giovane donna kenyota, dopo essere rimasta orfana, Nice è sfuggita a soli 9 anni al taglio, opponendosi con caparbietà alla volontà della sua famiglia. Da allora il suo impegno per mettere fine a questa pratica dannosa e violenta non si è mai arrestato. L’incontro con Amref Health Africa le ha permesso di ricevere la formazione teorica e tecnica di cui aveva bisogno per attivarsi in modo ancora più incisivo all’interno della sua comunità. Negli anni, il percorso di Nice si è arricchito di successi personali e professionali tanto dall’aver avuto occasione di incontrare alcuni tra i personaggi più illustri del XXI secolo, come Bill Clinton e - di recente - Barack Obama.
Gli appuntamenti. A giorni Nice tornerà ancora una volta in Italia- a Roma - per portare la sua testimonianza di impegno nella lotta alle mutilazioni genitali. Tra il 30 gennaio e il primo febbraio parteciperà alla conferenza “BanFGM” sulla messa al bando universale delle Mutilazioni Genitali Femminili. La conferenza è organizzata dall’associazione di “Non C’è Pace Senza Giustizia” – fondata dalla già Ministro degli Esteri Emma Bonino - e il Comitato Inter-Africano sulle Pratiche Tradizionali Nocive per la Salute di Donne e Bambini, in partenariato, tra gli altri, con Amref. Nella giornata del 26 gennaio, inoltre, Nice racconterà la sua battaglia contro il taglio e la promozione dell’istruzione femminile presso l’Università degli studi Link Campus University, in un incontro sul genere dei Ted Talk e avrà occasione di ricevuta dalla Presidente della Camera Laura Boldrini, in un incontro ristretto.
I 60 anni di Amref. La visita di Nice si inserisce nell’ambito delle celebrazioni per i 60 anni attività di Amref Health Africa e della correlata campagna permanente “Per noi non
Sei Zero”. Apre inoltre la strada alla prossima Giornata Mondiale contro le Mutilazioni Genitali Femminili, il 6 febbraio, in occasione della quale Amref lancerà la prima pillola video di racconti dall’Africa. Narratore di eccezione, lo storico testimonial e amico Giobbe Covatta.

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Des acteurs prônent la "dénonciation positive’’ pour l’abandon des mutilations génitales féminines
Agence de Presse Sénégalaise (APS), 21 Dec 2016


Dakar – Des acteurs étatiques et de la société civile ainsi que des autorités judiciaires ont insisté, mardi à Dakar, sur la nécessité d’encourager la dénonciation ‘’positive’’ pour mettre fin aux mutilations génitales féminines (MGF) qui constituent une atteinte aux droits des filles et des femmes.
Ces différents acteurs étaient réunis autour d’un atelier de mise en œuvre de la Résolution A/RES/69/150 des Nations unies sur l’intensification de l’action mondiale visant à éliminer les MGF, organisé par le Comité sénégalais sur les pratiques traditionnelles néfastes à la santé de la mère et de l’enfant (COSEPRAT) et l’association ‘’La Palabre’’.
Lors de cette rencontre, ils ont mis l’accent sur l’importance du partage de l’information en vue de faire appliquer la loi.
Le Sénégal a adopté la loi 99-05 du 29 janvier 1999 interdisant l’excision, laquelle peine à être appliquée jusqu’ici. En effet, seuls huit cas ont été jugés à Kolda (sud) entre 1999 et 2016, ont déploré les participants.
Du fait du poids de la culture et des traditions enracinées dans le vécu et les comportements de certaines communautés, les pratiques néfastes persistent encore malgré les nombreux efforts consentis par l’Etat et la société civile. Ce qui fait que parler des MGF devient presque tabou.
‘’Je n’ai jamais été confronté à ce cas depuis plus de 16 ans de carrière’’, a témoigné le juge Ibrahima Ndoye, estimant que la seule et principale difficulté à l’application de la loi, c’est le problème de l’information. Pour lui, le problème ne vient pas du fait que les autorités judiciaires ne veulent rien faire mais plutôt du fait qu’elles ne sont pas saisies. Il invite l’ensemble des intervenants à un partage des informations pour faire face au déficit de la communication.
Son collègue Abdoulaye Ba plaide pour sa part pour l’adoption des propositions de réforme visant à criminaliser la non dénonciation des actes de violences sur mineur ou sur toute autre personne. ‘’Nous devons étudier les stratégies pour encourager la dénonciation positive pour permettre aux autorités judiciaires d’avoir les informations et d’intervenir à temps’’, a-t-il préconisé.
Du côté de la gendarmerie, les commandants de zone impliqués dressent eux aussi le même constat. Selon eux, les gens ne veulent pas parler, car craignant de se mettre à dos leur famille et leurs parents. Ils souhaitent du coup un échange d’informations plus régulier entre les Ong sur le terrain et leurs services.
La sensibilisation peut elle aussi être un excellent moyen de prévention contre les MGF, estime le procureur de Kolda, Moussa Yoro Diallo, qui n’hésite pas à descendre sur le terrain pour discuter, échanger avec les populations, et en particulier avec les jeunes, sur les méfaits de telles pratiques.
‘’On est plus informé des actes préparatoires et non d’actes réels d’excision. Nous stoppons le processus et quand ce sont des cas avérés, ils sont sévèrement réprimés’’, a-t-il dit. Il indique que le phénomène est en nette régression, du fait de la sensibilisation et de l’implication des jeunes, surtout des filles dans les écoles.
La directrice de cabinet du ministère de la Femme, de la Famille et de l’Enfance, Oumou Khaïry Niang, a rappelé l’importance de travailler en synergie au niveau national et sous-régional pour élaborer des axes de convergence et des stratégies de communication en vue de mieux faire face à ces violences et violations des droits humains.

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L’accélération de l’abandon de l’excision au menu d’une rencontre, mercredi
Agence de Presse Sénégalaise (APS), 20 Dec 2016


Dakar, 20 déc (APS) - Le ministère de la Femme, de la Famille et de l’Enfance, en partenariat avec le Fonds des Nations Unies pour la Population (UNFPA) organise, mercredi à 16h30 à L’hôtel les Almadies, une rencontre de plaidoyer pour l’accélération de l’abandon de l’excision et des mariages d’enfants.
Cette rencontre qui sera animée par les artistes Baba Maal, Coumba Gawlo Seck et Ablaye Mbaye, s’inscrit dans le cadre du partenariat avec les Champions pour véhiculer des messages auprès des populations et porter le plaidoyer auprès des décideurs.
Selon le texte, en 2015, le bureau Pays de l’UNFPA a innové dans les stratégies pour informer, sensibiliser et mobiliser les populations sur les questions de mutilations génitales féminines, de mariages d’enfants, de Santé de la reproduction des adolescents et jeunes (SRAJ).
La stratégie utilisée est axée sur la musique et le sport en nouant un partenariat avec des célébrités/champions, des porteurs de voix jouissant d’une réputation solide et d’une grande popularité pour véhiculer des messages auprès des populations et porter le plaidoyer auprès des leaders religieux, les autorités administratives et locales.
La même source rappelle que les mutilations génitales féminines/excision (MGF/E) violent les droits humains fondamentaux des filles et des femmes et menacent leur santé sexuelle et reproductive.
Et à ce propos, elles les privent de leur intégrité physique, de leur droit à une existence sans violence et discrimination.
Le communiqué relève qu’au Sénégal de nombreuses mesures ont été prises pour renforcer les campagnes de mobilisation en faveur de l’abandon de l’excision. Et, la loi de janvier 1999 interdisant la pratique de l’excision a été adoptée.

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Le sfide della giustizia internazionale
di Martino Seniga, Rai News, 15 Dec 2016


Negli anni quaranta dopo la fine della seconda guerra mondiale, i processi di Norimberga e di Tokyo hanno portato alla nascita dei primi tribunali penali internazionali, che hanno giudicato sui crimini di guerra e contro l’umanità commessi da Germania e Giappone nel corso dell’ultimo conflitto mondiale. Solo 56 anni dopo, nel 2002, il Consiglio di sicurezza dell’Onu ha dato vita alla Corte Penale Internazionale permanente con sede a l’Aia in Olanda. Nel 1959 il Consiglio d’Europa aveva istituito a Strasburgo la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, che prevede la possibilità per ogni cittadino di ricorrere a una corte sovranazionale in quei casi in cui ritenga che i suoi diritti siano stati lesi da uno degli stati aderenti al Consiglio d’Europa.
I crimini contro l’umanità e i Tribunali Penali Internazionali Dopo i processi di Tokyo e Norimberga la giustizia penale internazionale, che indaga sui crimini contro l’umanità anche quando sono stati commessi da leader politici e militari di fama mondiale, ha dovuto attendere la fine della guerra fredda e della divisione del mondo in due blocchi per vedere la nascita dei primi tribunali penali internazionali ad Hoc.  In particolare nel 1993 e 1994 erano stati istituiti dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu il Tribunale internazionale per l’ex Iugoslavia e quello per il Ruanda. In questi anni il tribunale penale internazionale per l’ex Iugoslavia ha indagato su crimini commessi da tutte le parti coinvolte nel conflitto portando all’arresto e all’incriminazione di numerosi imputati tra cui alcuni leader nazionali come l’ex presidente Serbo Milosevic, morto in cella a l’Aia prima della sentenza definitiva.   Nel 2002, dopo anni di lotte da parte di alcune organizzazioni umanitarie come Amnesty International e Non c’è Pace Senza Giustizia, a l’Aia è stata istituita la Corte Penale Internazionale che ha indagato o sta indagando su 43 casi di crimini contro l’umanità e che ha finora emesso 19 mandati di arresto con quattro condanne definitive e un’assoluzione.  Anche se nel mondo  i crimini contro l’umanità non stanno diminuendo, almeno in alcune aree geopolitiche, la Corte Penale Internazionale ha raggiunto un effetto deterrente nei confronti di alcuni dei responsabili di questi crimini, che non si prescrivono mai.
 

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Impunity reigns in Aleppo with civilians in dire need of safe corridors
CICC Global Justice Newsletter, 13 Dec 2016

Civilians in Allepo are in urgent need of safe corridors and humanitarian assitance said civil society today as pro-Syrian regime forces make what some call the final advance on the city’s rebel-held districts. Shameful global inaction and widespread impunity are giving perpetrators of mass crimes a free hand, rights groups reported.
“Safe spaces for civilians – for men, women and children – are shrinking as neighbourhood after neighbourhood is captured by the Syrian army and its allies,” said No Peace Without Justice Secretary-General Niccolò Figà-Talamanca. “As if the shelling and destruction were not enough, these forces are now reportedly carrying out executions of both combatants and civilians, particularly those suspected of having ties to opposition groups. This is a travesty: both the laws of war and ordinary decency require that civilian men, women and children be given safe passage, not have their lives taken from them. Combatants should not be executed, but captured and treated in accordance with the law.”
“Syrian government authorities and armed opposition groups should immediately and without condition facilitate the delivery of humanitarian aid to opposition-controlled parts of Aleppo city,” Human Rights Watch said.
“In recent months the world, including the UN Security Council, has watched from the side-lines as civilians have been slaughtered on a daily basis and eastern Aleppo has been flattened and transformed into a mass grave. The global inaction in the face of such inhumanity is shameful. The lack of accountability for war crimes and crimes against humanity has allowed the parties, particularly government forces, to commit such crimes on a mass scale,” said Lynn Maalouf, Research Deputy Director at Amnesty International’s Beirut office.

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Una giornata mondiale per chi difende i diritti umani
Francesco Martone, Huffington Post, 08 Dec 2016


 
 
 
Costruire una rete di supporto e lanciare una mobilitazione per far fronte all'emergenza globale rappresentata dall'aggressione sistematica ai difensori dei diritti umani.
Questi gli obiettivi dell'iniziativa lanciata la settimana scorsa alla Camera dei Deputati, in occasione del convegno "Difendiamoli! Storie di difensori dei diritti umani e strategie di protezione" da un'ampia coalizione di associazioni ambientaliste e dei diritti umani e civili, giornalisti ed avvocati, Ong.
Un passo necessario ed importante, come ci ricordano le Nazioni Unite, che hanno dedicato una Giornata mondiale ai difensori dei diritti umani il 9 dicembre, un giorno prima della Giornata mondiale dei Diritti Umani. I lavori del Convegno sono stati aperti non a caso da un messaggio di Malek Adly, avvocato egiziano che seguì il caso di Giulio Regeni, di recente scarcerato, ma impossibilitato a lasciare il paese.
Gli ha fatto seguito Nibras Almamuri, Presidente dell'Iraqi Women Journalist Forum - Iraq. "Nel nostro paese siamo perseguitate, veniamo molestate sessualmente e picchiate per spingerci a lasciare le piazze, per farci abbandonare il nostro impegno politico e civile, ma noi non molliamo", ha raccontato Nibras, che assieme alla Ong Un ponte per... gestisce un progetto per donne giornaliste e human rights defenders a Baghdad.
Donne in prima fila, quindi, come Weeda Ahmad, afghana della Social Association of Social Justice Seekers, partner del Cospe e dei Cisda, che ha ripercorso puntigliosamente le tappe delle guerre che hanno insanguinato il suo paese, la violenza dello stato e quella talebana. Weeda ha costruito assieme a tante altre una rete di rifugi protetti e di monitoraggio della situazione dei difensori dei diritti umani nel paese.
Drammatica la testimonianza di Biram Dah Abeid dell'Initiative for the Resurgence of the Abolitionist Movement mauritano, accompagnato dall'organizzazione "Non c'è Pace senza Giustizia", discendente di schiavi "neri" in un paese dove già i feti vengono venduti sul mercato degli schiavi.

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Annual ICC Assembly: States hold ground on ICC, but serious challenges remain
CICC Global Justice Newsletter, 05 Dec 2016


The 15th Assembly of States Parties (ASP) to the Rome Statute concluded in The Hague on 24 November 2016. Despite fears that more states could join the announced withdrawals of three African ICC member states from the Rome Statute in the lead-up to the Assembly, the 124 ICC member states and other delegates were praised for the constructive spirit of discussions at the annual meeting of the Court’s governing and legislative body. No further withdrawals were announced.
 (…)
Double-standards on budget
A group of the largest economy ICC member states–calling themselves the G7 (Japan, Germany, UK, France, Italy, Spain and Canada) threatened to vote for a zero-growth budget for the ICC in 2017. In the end they succeeded in setting the ICC budget for 2017 at €141.6 million, a meagre increase on the 2016 budget of €139.5 million. This is €6 million less than Court officials had requested to maintain court activities and to open new investigations and prosecutions and to improve essential victim-related activities.
The Court’s budget request was approved by the Assembly’s own finance committee and comes after years of efficiency-measures. Its rejection very clearly hampers the ICC’s ability on its mandate to deliver fair, effective and independent justice to victims of grave crimes. States have mandated the Court to enforce the Rome Statute and to respond to demands for justice from victims and the global community. They cannot expect and demand the Court to do more each year with less.
“We continue to be disappointed that the ICC does not seem to be given the resources that it needs. We are concerned that the amount of funding that's been given to the Court may not be sufficient for it to carry out its activities. We really think that states need to think about this realistically, because we are not sure that they are the moment and I think that probably over the next twelve months the budget is going to be more of an issue than withdrawals,” said Alison Smith, legal counsel and director of the International Criminal Justice Programme of No Peace without Justice.
Threats to civil society 
One side-event, ironically on increasing threats to civil society working on the ICC, saw Kenyan human rights defender Gladwell Otieno threatened by a delegate with ties to the Kenyan government,  underlining the need for all states parties to be vigilant in their protection of civil society and vehement in supporting the integrity and independence of the Court. The ASP at this session adopted a statement of concern at the threats faced by NGOs working on the ICC.
“This is reflective of the way government treats human rights defenders in Kenya. They insult us, defame us, malign us… because we have a higher profile, there is more international attention on us, we are in a somewhat better position. But there are lots of young men in the slums or ghettos who are no longer living or who are regularly brutalised by police,” said Gladwell Otieno, executive director,  The Africa Centre for Open Governance (AfriCOG), representing Kenyans for Peace with Truth and Justice. “[It] is a worrying sign for civil society and I think that it is something that we need to pay a lot more attention to and something that we would also be looking to states to pay a lot more attention to and to speak out against,” Smith continued.

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