NPWJ in the news

Ethnic Cleansing in Iraq -- Extremists Need to Be Confronted
By Geoffrey Johnston, AINA, 11 Mar 2015


History teaches us that when the world waits too long to confront extremist movements, innocent people will be slaughtered and ancient artifacts destroyed by religious fanatics who seek to recreate some idealized notion of the past.
When the Taliban came to power in Afghanistan, the violent Islamist movement was determined to force Afghans to live under strict Islamic law, eschewing any and all influences that were deemed to be un-Islamic.
For example, the world was shocked when the Taliban forced women to don burkas and forbade girls to attend school. The brutal Islamist regime upped the ante in 2001, ordering the destruction of ancient artifacts, including the Bamiyan Buddhas.
Yet the world remained passive in the face of evil.
All the while, the Taliban were hosting Osama bin Laden and his terrorist network. Al-Qaida used Afghanistan as a training ground and base of operations, setting the stage for the worst terrorist attack in world history.
After the devastating jihadist strikes on the United States of Sept. 11, 2001, the world could no longer ignore the Taliban. The U.S. and its NATO allies responded with massive force, sweeping the Islamists from power.
However, the world seems to have forgotten the lesson of Afghanistan and the imperative of confronting powerful extremist movements before they commit mass murder.
Since June 2014, the Islamic State, also known as ISIS or ISIL, has taken over large parts of Iraq and displaced millions of civilians. Although Islamic State forces have killed Sunni and Shia Muslims, they are clearly engaged in a systematic campaign to rid Iraq of non-Muslims and ethnic minority communities, including Assyrian Christians.
A recent report issued by a coalition of nongovernmental organizations (NGOs) confirmed that "ethnic and religious minorities have been particularly targeted, including Christians, Kaka'i, Shabak, Turkmen and Yezidis, with thousands killed and many more injured or abducted."
"Summary executions, forced conversion, rape, sexual enslavement, the destruction of places of worship, the abduction of children, the looting of property and other severe human rights abuses have been committed repeatedly by ISIS," alleged the report, entitled Between the Millstones: The State of Iraq's Minorities Since the Fall of Mosul.
The report was a collaboration between four NGOs -- the Institute for International Law and Human Rights; No Peace Without Justice; the Unrepresented Nations and Peoples Organization; Minority Rights Group International. The report was underwritten by the Department of Foreign Affairs, Trade and Development Canada and the European Union.

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Teatro: un 8 marzo speciale per Bonino e Dandini a Tunisi
ANSAmed, 09 Mar 2015


TUNISI - Grande successo a Tunisi per la prima dello spettacolo teatrale 'Ferite a morte', scritto da Serena Dandini con la collaborazione di Maura Misiti, andato in scena per la prima volta in un Paese arabo e musulmano, con la partecipazione dell'ex ministro degli Esteri Emma Bonino.
La sfida era proprio questa, esordire in zone dove l'emancipazione delle donne non è così scontata. "Con questa iniziativa - spiega Emma Bonino - usciamo dal mondo occidentale grazie all'impegno di donne tunisine coraggiose, perché la violenza domestica è un fenomeno praticato in tutte le parti del mondo. Uno sport ancora diffusissimo che non ha bisogno di stati né di olimpiadi".
La Tunisia infatti è un paese in cui il Codice dello statuto personale ha consentito alle tunisine di godere di una condizione unica nel mondo arabo, ma in cui spesso i diritti rimangono tali solo sulla carta. Per esempio, da tempo il Parlamento tunisino attende di votare una legge organica sulla violenza contro le donne e, secondo un recente studio, le donne vittime di violenze psicologiche arriva al 48% mentre quelle di tipo fisico al 32%.
La Tunisia ha subito negli ultimi anni le influenze dell'islam politico al potere con il velo tornato nelle università. L'inserimento, lo scorso anno, del principio dell'uguaglianza dei diritti di donne e uomini in Costituzione è stato il risultato di una difficile mediazione tra tutte le forze politiche e soprattutto una forte risposta della società civile. Ed è proprio alle rappresentanti della società civile e delle associazioni che da sempre si battono per i diritti delle donne in Tunisia che Serena Dandini ha affidato i racconti di Ferite a morte, al Teatro 4ème Art, ieri in occasione della Giornata internazionale della donna.
Ispirandosi alla famosa Antologia di Spoon River di Edgar Lee Master, gli spoon di Ferite a morte attingono alla cronaca e alle indagini giornalistiche dando voce alle donne che hanno perso la vita per mano di un marito, un compagno, un amante o un 'ex', in un immaginario racconto postumo. A togliere loro la vita, è stato lui, l'uomo, il mostro che avevano a casa, il mostro che torna a casa ubriaco, il mostro che vuole vedere soddisfatti tutti i suoi desideri, il mostro che non sopporta il talento femminile, il mostro che stupra, il mostro che comanda nel nome dell'onore e della superiorità. Sul palco, assieme a Serena Dandini, Maura Misiti ed Emma Bonino, oratrici d'eccezione a raccontare in francese, arabo letterario e dialetto tunisino. Majdoline Cherni (segretario di stato), Jalila Baccar (attrice), Fatma Saidene (attrice), Bochra Belhaj Hmida (deputata), Latifa Lakhdhar (Ministro tunisino della cultura), Basma Khalfeoui (presidente della fondazione Chokri Belaid), Nedia Khiari (caricaturista), Meriem Belkadhi (giornalista), Raja Dahmeni (ATFD), Lina Ben Mhenni (blogger), Najoua Rezgui (ex prigioniera politica), Amira Yahyaoui (presidente di Bawssala), Amel Hamrouni (cantante).
La presenza sul palco della ministra della Cultura, Latifa Lakhdar, testimonia l'impegno del nuovo esecutivo per l'affermazione dei diritti delle donne in Tunisia. Emma Bonino, accolta da un caloroso applauso del pubblico, alla fine dello spettacolo visibilmente soddisfatta, ha spiegato che cambiare il mondo è possibile, mentre la Dandini ha affermato che i cambiamenti nella società non avvengono di colpo, ma bisogna lottare ogni giorno per arrivare alla meta prefissata, per questo essere a Tunisi ha significato molto.
L'evento si è svolto in collaborazione con Fidh (Federazione internazionale dei diritti dell'uomo, filiale Tunisia), Ltdh (Lega tunisina dei diritti dell'uomo), Afdt (Association femmes démocrates tunisiennes), le Ong italiane Cefa Onlus, Gvc Onlus, e No Peace Without Justice, con il sostegno dell'Istituto italiano di Cultura di Tunisi e il patrocinio del Ministero degli Esteri, Ambasciata Italiana a Tunisi e Regione Emilia Romagna.

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8 marzo: con Bonino “Ferite a morte” arriva in Tunisia, prima volta Paese arabo
Onultalia, 08 Mar 2015


TUNISI – Con Emma Bonino “angela di questo progetto”, i monologhi sul femminicidio “Ferite a Morte” di Serena Dandini con la collaborazione di Maura Misiti approdano per l’8 marzo in Tunisia e sara’ la prima volta in un Paese arabo.
Le storie di donne vittime di violenza in casa narrate da donne saranno lette  nella Salle 4ème Art  di Tunisi in occasione della Giornata Internazionale della Donna, grazie alla collaborazione con FIDH, Federazione internazionale per i diritti umani, e le due organizzazioni tunisine, la Lega tunisina per i diritti umani (LTDH) e l’Associazione tunisina delle donne democratiche (TANF).
Tra le lettrici, oltre alla Dandini e alla Misiti, le attrici Jalila Baccar  e Fatma Saidenne, Bochra Belhaj Hmida (deputata del Governo Tunisino), Latifa Lakhdhar (Ministro della Cultura del Governo Tunisino), Besma Khalfeoui (presidente della fondazione Chokri Belaid), Nadia Khiari (caricaturista), Raja Dahmeni (ATFD), Amira Yahyeoui (presidente della ONG Bawssala), Meriem Belkadhi (Nessma TV), Amel Hamrouni (cantante). Sul palco per l’occasione l’ex ministro degli Esteri Emma Bonino. Il progetto ha ricevuto il patrocinio del Ministero degli esteri, dell’Istituto Italiano di Cultura a Tunisi e dell’Ambasciata d’Italia.
“Ferite a morte” viaggia da oltre due anni. I monologhi sono stati presentati alle sedi Onu a New York e Ginevra, Washington, Bruxelles, Londra, Lussemburgo e Strasburgo e Parigi. Dopo Tunisi sara’ la volta di Erevan, Istanbul, Vienna e Varsavia. La Bonino e’ ”l’angelo di questo progetto” per averle sottoposto il testo ”per prima, prima di decidere di andare avanti’, ha detto la Dandini secondo cui la violenza contro le donne “e’ un problema senza passaporto”.
Hanno collaborato alla realizzazione del progetto CEFA Onlus, GVC Onlus, No Peace Without Justice, Unipol Banca, Legacoop Romagna e la Regione Emilia Romagna. (7 marzo 2015).

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Tunisia: Taieb Baccouche Meets Italian Former Foreign Minister
TAP / All Africa, 07 Mar 2015


Tunis, — Minister of Foreign Affairs Taieb Baccouche met, Saturday in Tunis, with Mrs. Emma Bonino, Italian former Minister of Foreign Affairs who was accompanied by Italy's Ambassador in Tunis Raimondo de Cardona.
The meeting, which was attended by Secretary of State for Foreign Affairs M'Hamed Ezzine Chelaifa, focused on the situation in Tunisia, the Tunisian-Italian co-operation and the situation in the region, a Foreign Ministry press release reported.
After having successfully completed its democratic transition and entered a new stage of political stability, Tunisia is now focusing on development issues and centering its efforts on the social and economic situation and security, Taieb Baccouche said.
He highlighted the importance given to co-operation with Euro-Mediterranean partners to meet the challenges, commending Italy for its support to Tunisia's transition process.
The two officials also reviewed the progress of co-operation between Tunisia and Italy. Emphasis was laid on the gradual increase in the flow of Italian tourists to Tunisia, particularly the increasing number of Italian retirees who choose to settle down in Tunisia, according to the same source.
Mrs. Emma Bonino suggested that Tunisia hosts the next World Congress for Freedom of Scientific Research before the end of 2015, with the participation of 300 scientists from around the world.
The Minister of Foreign Affairs welcomed this proposal and told Mrs. Bonino he will work for its materialisation, in collaboration with the other concerned departments and the civil society, said the release.

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South Sudan: Delayed Peace Means No Justice for War Crime Victims
By Andrew Green, IRIN / All Africa, 06 Mar 2015


Kampala — Regional negotiators had warned that yesterday was the "last chance" for South Sudan's warring parties to reach a resolution, but even a renewed threat of sanctions from the international community was not enough to bring the two sides to an agreement.
The talks are scheduled to resume today in Addis Ababa, though participants are cautioning that there is little common ground. This round of negotiations has taken on heightened significance and if it ends in failure it will be a significant blow - not just to hopes that an end to the fighting is near, but to efforts at seeking justice for victims of the horrific human rights abuses that have taken place over the past 15 months.
Peace, civil society activists said, is necessary to fully pursue accountability for these crimes, which include ethnically targeted killings, torture and rape. And accountability is critical if the country hopes to break what some activists describe as a cycle, not just of impunity, but of rewarding violence with political power. But faced with the reality of the faltering talks, local and international human rights groups are suggesting that justice need not be held hostage to the negotiations in the Ethiopian capital. Instead, they are pushing for the United Nations and the African Union to at least begin assembling a mechanism for accountability so that perpetrators know that when the fighting finally ends, there will be a reckoning.
A May United Nations report is the closest thing to a comprehensive investigation of the crimes against humanity that have occurred in South Sudan - and it is nearly a year out of date. Still, it offers a window into the scale of the abuses citizens have suffered.
It documents an incident at the outset of the fighting when government soldiers are accused of having rounded up and killed more than 300 civilians who shared the same ethnicity as former vice president Riek Machar, now the leader of the rebellion. In another instance in April, after overrunning Unity state capital, Bentiu, forces loyal to Machar allegedly massacred hundreds of civilians hiding in hospitals, mosques and churches.
(...)
The Sudan People's Liberation Army's (SPLA) decades-long rebellion against the north was marred by internal conflicts. The most infamous episode came when Machar, a senior commander, defected from the SPLA in 1991. The troops who left with him went on to slaughter thousands of civilians in the Jonglei state capital in an episode known as the Bor massacre. It did not prevent Machar from rejoining the SPLA more than a decade later and rising to vice president in the country's first government.
(...)
Machar's rise and the amnesty of the rebel leaders also contributed to a perception in South Sudan that "unless you're killing people, you don't matter, you don't get a seat at the table", said Niccolò A. Figà-Talamanca, the secretary-general of the Rome-based group No Peace Without Justice. "Breaking the cycle of impunity is about breaking that dynamic" and setting South Sudan on a different course.

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Diritto internazionale umanitario e protezione dei civili nei conflitti armati. Il caso di Khojaly
Domenico Letizia, Clandestinoweb, 28 Feb 2015


Il 25 Febbraio 2015, a Roma, si è tenuto il convegno internazionale “Diritto internazionale umanitario e protezione dei civili nei conflitti armati. Il caso di Khojaly”. Il convegno organizzato dal Comitato Helsinki Italia per i diritti umani con la collaborazione della Lega Italiana per i Diritti dell’Uomo ha ottenuto il patrocinio del Senato della Repubblica Italiana. I lavori diritti da Antonio Stango del Comitato Helsinki hanno visto la partecipazione di numerose personalità nella tutela e promozione dei diritti umani. Tra i presenti, il senatore Luigi Manconi che ha analizzato l’attività della commissione per la tutela dei diritti umani da lui presieduta e l’avvocato Greta Barbone, coordinatrice del Programma sulla Giustizia Penale Internazionale di Non c’è Pace Senza Giustizia, che si è soffermata sul lavoro delle organizzazioni internazionali per l’affermazione del diritto umanitario e l’analisi della giustizia di transizione in numerosi contesti geografici come la Siria, Libia, Nigeria e Darfur. La regola fondamentale in un’azione internazionale, ha illustrato la relatrice di Non c’è Pace senza Giustizia, è quella di lavorare nel consegnare alla giustizia i protagonisti e gli autori dei massacri che avvengono nel mondo.
 

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Religious minorities at risk in the Middle East: "Death has become something banal"
European Parliament News, 27 Feb 2015


Religious minorities in the Middle East are increasingly under threat from jihadist groups such as the so-called Islamic State (IS). To call attention to the situation of Christians and other religious minorities in the region, the human rights subcommittee and the EP's Mashreq delegation held a joint hearing on 26 February. "Death has become something banal," warned guest speaker Nawras Sammour, of the Jesuit Refugee Service in Syria, saying the upsurge in radicalism was worrying Christians.
Commmittee chair Elena Valenciano, a Spanish member of the S&D group, was in charge of the hearing. She described freedom of religion and belief as "something humanity has been aspiring to since times immemorial". Polish EPP member Andrzej Grzyb described the scale of the conflict in the Middle East as unimaginable: "The most important thing is to document the events on the ground to prove the scale of the crimes. Otherwise people will not be held accountable." Austrian S&D MEP Josef Weidenholzer brought up the detention of 200 Assyrian Christians in north-eastern Syria: "Do we really want to see this region of the world empty of Christians?" British ECR MEP Charles Tannock warned: "There is a systematic agenda by extremist, Islamist, jihadi groups to have a Middle East and North Africa free of minorities."
Daniel Hoffmann, of Middle East Concern referred to the recent beheading of 21 Egyptian Copts in Libya: "Human rights violations against Christians and other communities did not start with these violent conflicts and will not cease with their ending or with a defeat of groups like Daesh."
William Spencer, representing the Institute for International Law and Human Rights, pointed out that the situation of Iraq's minorities was already precarious before IS started. Alison Smith of the International Criminal Justice Program/No Peace Without Justice, said that crimes in northern Iraq have included the taking of hostages, summary executions, attacks against religious buildings, enslavement, forced conversion, torture and rape. She described the crimes committed by IS as "striking in their scope, brutality, systematic nature, and most of all in the brazenness in which they are carried out".

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Islamic State: Iraq minorities 'threatened with eradication'
BBC News, 27 Feb 2015


Islamic State militants are trying to eradicate Iraqi minority groups from large parts of the country, human rights organisations have warned. A report details summary executions, forced conversions, rape and other abuses suffered by minorities. Such acts are tantamount to war crimes, and in some cases, genocide, it argues.
Focusing on Iraq's Christian, Kaka'i, Shabak, Turkmen and Yazidi populations, the report looks at their plight after the fall of Mosul to IS in June 2014, a key point in the rise of a group that now controls swathes of the country. Minorities were soon targeted, the report details. Christians were told to leave Mosul or face execution. At least 160 Shabak were killed. Others were forced out and left their belongings behind, which turned them "into beggars", one Iraqi MP is quoted as saying.
Elsewhere, after their assault on Sinjar, IS reportedly used Yazidis as human shields. Others were abducted or killed.
Across the country, minorities are facing "a systematic strategy to remove them permanently from large areas of Iraq", the report concludes. "Minorities were first caught by wholesale discrimination and violence well before the arrival of ISIS," said the IILHR director, William Spencer. "Now they face a new threat to their existence from ISIS attacks."
"The research done for this report shows very clearly that IS has committed war crimes, crimes against humanity and possibly even genocide," said Alison Smith from No Peace Without Justice, another of the organisations involved.
The report makes a number of suggestions, including additional help for the large numbers displaced by the conflict, prosecution of crimes by the International Criminal Court, and better planning for the post-IS era.

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Islamic State aims to eradicate Iraq minorities – rights groups
By Kieran Guilbert, REUTERS, 27 Feb 2015


Islamic State militants have abducted, injured and killed thousands of civilians across northern Iraq and uprooted millions from their homes in a bid to eradicate the country’s ethnic and religious minorities, rights groups said on Friday. Several minority communities, including Christians, Yazidis and Turkmen, have been subjected to killings, rape and sexual enslavement, and women and children have been targeted in particular, a report by four human rights organisations said.
Islamic State seized the Iraqi city of Mosul in June last year while sweeping through the north towards Baghdad, meeting virtually no resistance from the army and declaring a caliphate in parts of Iraq and Syria under its control. Around 8,000 civilians were killed and more than 12,000 wounded between June and December 2014, the United Nations said.
Alison Smith, legal counsel of No Peace Without Justice, said Islamic State had committed war crimes, crimes against humanity and possibly even genocide against minorities in northern Iraq.
Iraq’s U.N. ambassador told the U.N. Security Council last week that Islamic State had committed genocide.
Sectarian violence across Iraq has worsened since June last year according to Mark Lattimer, executive director at Minority Rights Group, who said the abduction of thousands of women by Islamic State was “particularly concerning”. “Islamic State have sold Yazidi slaves to families in Mosul, which wasn’t hidden or kept secret,” Lattimer told the Thomson Reuters Foundation. 

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Libertà religiosa: Parlamento UE, allarme per cristiani e altre minoranze in medio oriente
Sir Europa - Bruxelles, 26 Feb 2015


La religione è “ciò a cui l’umanità aspira da un tempo immemorabile”. La definizione viene da Elena Valenciano, eurodeputata spagnola, presidente della sottocommissione per i diritti umani dell’Europarlamento. Il sito dell’istituzione riferisce oggi di una seduta fra tale sottocommissione e la delegazione del Parlamento sulla libertà di religione in Medio Oriente durante la quale si è discusso della situazione dei cristiani e delle altre minoranze religiose. Varie le sottolineature dai deputati europei che hanno preso parte ai lavori. Il rappresentante inglese Charles Tannock ad esempio ha affermato: “C’è un programma sistematico degli estremisti islamici e dei gruppi jihadisti per un Medio Oriente e un Nord Africa liberi delle minoranze”. Padre Nawras Sammour, del Jesuit Refugee Service in Siria, invitato a portare una testimonianza, ha sottolineato che nella regione mediorientale “la morte è diventato qualcosa di banale” e che l’aumento del radicalismo e del fondamentalismo religioso è una “causa di incertezza e di ansia di tutta la comunità cristiana”. Daniel Hoffmann dell’associazione Middle East Concern ha osservato che “la violazione dei diritti umani contro i cristiani e le altre comunità non è iniziata durante questi conflitti violenti, e non cesseranno con la loro conclusione o con una sconfitta di gruppi come Daesh”.
Durante la riunione al Parlamento europeo in cui si è parlato della situazione dei cristiani e delle altre minoranze religiose in medio Oriente, svoltasi ieri, il deputato polacco Andrzej Grzyb ha dichiarato: “Una priorità è documentare ciò che avviene” nella regione, i crimini, le discriminazioni, “per dimostrare la portata degli stessi crimini. Altrimenti non ci saranno responsabili”. Il deputato austriaco Josef Weidenholzer ha richiamato l’attenzione sulla detenzione di 200 assiri cristiani nel nord-est della Siria, e ha domandato: “Vogliamo davvero vedere questa regione del mondo senza cristiani?”. Alison Smith (Programma di giustizia penale internazionale “Non c’è pace senza giustizia”) ha affermato che i crimini nel nord dell’Iraq comprendono “la presa di ostaggi, le esecuzioni sommarie, gli attacchi contro edifici religiosi, la riduzione in schiavitù, le conversioni forzate, le torture e gli stupri”. I crimini commessi da Isis sono, a suo avviso, “sconvolgenti per la loro portata, la brutalità, la natura sistematica” e anche per la “sfacciataggine con cui sono effettuati”. Esther Kattenberg (Open Doors International) ha aggiunto che è “estremamente importante che l’Unione europea continui a condannare le violazioni dei diritti umani, come la libertà religiosa”.

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ONG alertan de que el Estado Islámico atenta contra las minorías para erradicar la diversidad religiosa de Ira
Europa Press, 26 Feb 2015


Un grupo de ONG y defensores de los Derechos Humanos ha alertado este jueves de que el grupo terrorista Estado Islámico atenta con gran violencia contra las minorías de Irak con el objetivo de "erradicar la diversidad religiosa del país" y ha denunciado la impunidad jurídica de los responsables.
En un informe el Instituto de Derecho Internacional y Derechos Humanos (IILHR) junto a Minority Rights Group International (MRG), No Peace Without Justice (NPWJ) y la Organización de Naciones y Pueblos no Representados (UNPO), han documentado la violencia que han vivido y que continúan soportando las minorías iraquíes, sobretodo los cristianos, kakai, shabak, turcomanos y yazidíes.
"La investigación realizada para este informe muestra claramente que el Estado Islámico ha cometido crímenes de guerra, crímenes contra la humanidad y, posiblemente, incluso el genocidio contra las minorías religiosas y étnicas en el norte de Irak", ha explicado la asesora jurídica de NPWJ, Alison Smith. "Estas atrocidades no pueden pasar desapercibidas. El Gobierno iraquí y la comunidad internacional tienen que conseguir que se rindan cuentas y la reparación de las víctimas", ha exigido.

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Will the Reinstatement of the Death Penalty in Turkey Prevent Violence Against Women?
Aylin Unver Noi , The World Post, 24 Feb 2015


Since February 11, 2015, Turkey has been shaken by the brutal killing of a 20-year-old university student, Özgecan Aslan, who was allegedly killed after resisting rape. Her death became a rallying cause for activists campaigning to end violence against women in Turkey. Mass demonstrations took place to protest violence against women. Women nationwide have worn black in condemnation of the murder. Not only women but also Turkish men wearing skirts demonstrated in Istanbul to support women's rights in her memory. The slaying of Özgecan revealed the fact that violence against women has increased in recent years in Turkey. Human rights monitor Bianet says 281 women murdered in 2014. The number of murder increased 31 percent in comparison to the previous year. Nine percent of these women had asked for protection from the state. What went wrong and why has violence against women increased in Turkey?
Almost a decade ago, Turkey became one of the pioneer countries to launch several initiatives for women's rights in the Broader Middle East and North Africa region. The country actively assumed a role in Western projects and hosted several conferences related to women's rights. Governments of Turkey, Italy and Yemen, in partnership with their civil society organizations -- namely, No Peace Without JusticeThe Turkish Economic and Social Studies Foundation (TESEV) and the Human Rights Information and Training Center -- became part of the Democracy Assistance Dialogue (DAD) of the U.S.-led Broader Middle East and North Africa Initiative (BMENA), which set up in order to support and encourage reform of democracy within the region by fostering constructive dialogue between governments and members of civil society. Turkey, as a co-sponsor of DAD, focused on advancing dialogue and reform in the areas of empowerment of women. Significant activities have taken place with the sponsorship of Turkish government in Turkey emphasizing women in public life.

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Hacen jornadas por erradicación de mutilación genital femenina
Gloria López, Diario Rotativo, 05 Feb 2015


Madrid.- 05/02/2015 (CIMAC).- Con motivo del Día Internacional de Tolerancia Cero a la Mutilación Genital Femenina (MGF), la Unión de Asociaciones Familiares (Unaf) celebra hoy y mañana, 5 y 6 de febrero, en esta capital española las “IV Jornadas Internacionales MGF: Respuestas para la prevención y la erradicación”.
El objetivo principal de las jornadas, que acoge CaixaForum, es buscar respuestas para la prevención y erradicación de esta práctica que afecta a más de 125 millones de niñas en todo el mundo y a medio millón en Europa, así como analizar la representación y el impacto social de su práctica.
Asimismo, pretenden incidir en la prevención como clave y en un enfoque global que hace imprescindible el compartir experiencias y estrategias de intervención adecuadas y eficaces.
(…)
Durante estos dos días, destacadas activistas nacionales e internacionales compartirán sus experiencias, tratando de analizar la situación actual y las buenas prácticas que se tienen en la prevención y lucha por la erradicación de la MGF. Khady Koita, asesora senior de No Peace Without Justice y vicepresidenta de EURO-NET-FGM; Fatumata Djau Balde, presidenta de la Comisión Nacional para el Abandono de Prácticas Nocivas en Guinea Bissau, o Adriana Kaplan, antropóloga y directora de la Fundación Wassu UAB, serán algunas de las ponentes.

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Mutilazioni Genitali Femminili: evento NPSG in Costa d’Avorio con sostegno Farnesina
Onultalia, 04 Feb 2015


 
ABIDJAN – Un workshop nazionale in Abidjan, Costa d’Avorio per promuovere l’attuazione della risoluzione adottata il 20 Dicembre 2012 dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite che afferma il divieto globale delle mutilazioni genitali femminili (A/RES/67/146). Lo hanno organizzato Non c’è Pace Senza Giustizia (NPSG), in collaborazione con Fondation Djigui la Grande Espérance e l’Inter-African Committee for Traditional Practices Affecting the Health of Women and Children (IAC) con il sostegno della Farnesina.
L’incontro ha  il patrocinio del Ministero della Solidarietà Nazionale e degli Affari della famiglia, delle donne e dei bambini e il Vice-Presidente dell’Assemblea Nazionale della Costa d’Avorio: sarà seguito da una cerimonia celebrata in occasione della Giornata Internazionale della Tolleranza Zero alle mutilazioni genitali femminili (MGF), il 6 febbraio 2015, sul tema: “Mobilitazione e coinvolgimento dei professionisti del settore sanitario per accelerare l’eliminazione delle MGF”.
Partecipano esponenti governativi di alto livello, parlamentari e attivisti della società civile della Costa d’Avorio, ma anche rappresentanti delle agenzie delle Nazioni Unite e di altre organizzazioni internazionali. Il workshop fornirà l’opportunità di consolidare il pieno coinvolgimento e impegno delle autorità politiche della Costa d’Avorio a favore dell’attuazione della risoluzione Onu che vieta esplicitamente le MGF come violazione dei diritti umani di donne e ragazze. Nonostante anni di campagne di sensibilizzazione, secondo i dati del 2011-2012 della National Demographic and Health Survey, la pratica è ancora diffusa nel 38% della Costa d’Avorio.
“La lotta contro questa violazione dei diritti umani richiede maggiore cooperazione e sinergia tra tutte le istituzioni e le organizzazioni della società civile per essa impegnate”, afferma in un comunicato Non xc’ e’ Pace senza Giustizia, “ma anche un lavoro di prevenzione e condanna dell’aumento della medicalizzazione della pratica, così come un rigoroso ed efficace rafforzamento della legge del 1998 che proibisce le MGF, per proteggere le vittime e far sì che i colpevoli ne rispondano.

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La Cpi e i crimini dell’Esercito in Uganda
Domenico Letizia, L'Opinione, 30 Jan 2015


Nonostante non sia tra i nomi più conosciuti e ricorrenti nell'elaborazione e diffusione dell’informazione estera, il trentacinquenne paramilitare ugandese Dominic Ongwen sarà processato per crimini di guerra e crimini contro l’umanità. Ongwen è tra i più noti comandanti dell’esercito dei ribelli ugandesi, l’Esercito di Resistenza del Signore (LRA). Ricercato dal 2011, si sarebbe consegnato alle milizie Seleka nella Repubblica Centrafricana all'inizio dell’anno ed è stato poi consegnato alla custodia statunitense e successivamente affidato, il 20 Gennaio 2015, al Tribunale Penale Internazionale dell’Aja. Nel 2013, Washington aveva offerto una taglia di 5 milioni di dollari per chi avesse fornito notizie su Ongwen.
La CPI già nel 2005 aveva emesso un mandato di arresto nei confronti del comandante Ongwen accusato di ben tre capi d’imputazione per crimini contro l’umanità: omicidio, riduzione in schiavitù, perpetuazione di atti lesivi nei confronti di terzi e quattro capi d’imputazione per crimini di guerra: omicidi, trattamento inumano di civili, attacchi e saccheggi nei confronti di villaggi e comunità della popolazione civile.
La Ong “Non c’è Pace senza Giustizia” si congratula con il lavoro della Corte Penale Internazionale salutando l’avvenimento come un passo fondamentale per assicurare giustizia e responsabilità nei confronti degli atroci e ferocissimi crimini commessi dall'Esercito di Resistenza del Signore in Uganda. Significativa la dichiarazione dell’avvocato Alison Smith, direttrice internazionale del programma giustizia penale di Non c’è Pace senza Giustizia: “Questo risultato è anche il risultato di una proficua cooperazione tra Uganda, gli Stati Uniti, la Repubblica Centrafricana, l’Unione Africana e la Corte Penale Internazionale. I mandati di arresti emessi dalla CPI rappresentano un invito per i membri della comunità internazionale ad agire”.

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Bahrain opposition head rejects charges as trial opens
The Daily Mail / AFP, 28 Jan 2015


Bahraini Shiite opposition chief Sheikh Ali Salman rejected charges that he tried to overthrow the country's Sunni regime, as his trial opened Wednesday, a judicial source said.
Hours later, hundreds of supporters gathered outside Salman's home in a Manama suburb and clashed with riot police, who used tear gas to disperse them, witnesses said.
The judge decided to keep Salman behind bars and set the next hearing for February 25, his influential Al-Wefaq bloc said.
Salman, 49, was arrested December 28, sparking near-daily protests across the Shiite-majority but Sunni-ruled kingdom.
The Al-Wefaq head has been accused of "promoting the overthrow and change of the political regime by force" and of inciting disobedience and hatred in public statements.
He was present at Wednesday's hearing before the Higher Criminal Court, which was held under tight security and attended by representatives of several Western embassies.
Salman's defence team called for his release on bail as the opposition chief pleaded not guilty, judicial sources said.
Lawyer Jalila al-Sayed, a defence counsel, denounced what she called irregularities, saying authorities had manipulated Salman's speeches to build their case by removing peaceful comments.
"The conditions are not there for a fair trial," she told a press conference after the hearing.
Salman's arrest has also sparked condemnation from the United States, Iran and international human rights groups.In a joint statement Wednesday, 109 parliamentarians from 43 countries called for Salman's "immediate release".

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Justice comes in end, says expert to arrested Uganda rebels commander
CCTV (China Central Television), 21 Jan 2015


"Justice will come in the end", said Alison Smith, director, International Justice Program for No Peace Without Justice, as Dominic Ongwen, the notorious commander of the Lord's Resistance Army (LRA) rebels, will be handed over to the International Criminal Court (ICC) to face charges of war crimes and crimes against humanity. Ongwen, now about 35 years old, is one of the four remaining LRA commanders wanted by the ICC to answer charges of war crimes and crimes against humanity committed in northern Uganda where the outfit waged a two-decade-long rebellion until 2006. He surrendered recently in Central African Republic to U.S. special forces.
 

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Bahraini opposition cleric must be immediately freed: MPs
PressTV, 18 Jan 2015


Parliamentarians from 37 countries have called for the “immediate and safe” release of prominent Bahraini opposition cleric Sheikh Ali Salman.
In a letter sent by organizations of Parliamentarians for Global Action (PGA) and No Peace Without Justice (NPWJ), 83 lawmakers said the detention of the 49-year-old cleric, who is the secretary general of al-Wefaq National Islamic Society, “undermines any chance of reconciliation and unity in Bahrain.”
The signatories also urged the Bahraini regime to drop charges against Sheikh Salman and carry out immediate change in the kingdom through reconciliation and dialog with the opposition.
They called on their governments to demand that Manama comply with its obligations under international human rights laws.
The Bahraini regime has charged the secretary general of the monarchy’s largest opposition bloc with “promoting regime change by force, threats, and illegal means, and of insulting the Interior Ministry publicly.”
 

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83 MPs across World Demand Release of Bahrain’s Sheikh Ali Salman
Al Manar, 17 Jan 2015


83 members of parliament from 37 countries across the world called for the “safe and immediate release of Sheikh Ali Salman - the Secretary General of prominent opposition group in Bahrain, al-Wefaq.
In a letter sent by organizations of Parliamentarians for Global Action (PGA) and No Peace Without Justice (NPWJ), the MPs said that the detention of Sheikh Salman “undermines any chance of reconciliation and unity in Bahrain.”
The signatories on the letter, called the Bahraini kind to stop targeting Sheikh Ali Salman, urging him to carry out immediate change in the country through reconciliation and dialogue with the opposition.
They called for the “safe and immediate” release of Sheikh Salman and all other activists who were arbitrarily arrested” after exerting their rights of freedom of expression and peaceful gathering.
Among the signatories of the letter, large number of European parliamentarians and other MPs from America and Africa.

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More than 80 lawmakers have asked the King of Bahrain to release Salman
Ria Novosti, 17 Jan 2015

MANAMA, January 17 - RIA Novosti, Yulia Trinity. More than 80 parliamentarians from 37 countries signed a petition to the King of Bahrain to release a key leader of the opposition party of the kingdom, "Al-Wifaq", Ali Salman and sent it to the Royal Chancery, reported on Saturday Bahraini newspaper "Al-Wasat".

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World MPs Demand Release of Bahrain’s Sheikh Ali Salman
FARS News Agency, 17 Jan 2015


83 members of parliament from 37 countries across the world called for the "safe and immediate" release of Sheikh Ali Salman - the Secretary General of Bahrain's prominent opposition group, al-Wefaq.
In a letter sent by organizations of Parliamentarians for Global Action (PGA) and No Peace Without Justice (NPWJ), the MPs said that the detention of Sheikh Salman "undermines any chance of reconciliation and unity in Bahrain", Al-Manar reported.
The signatories on the letter, called the Bahraini king to stop targeting Sheikh Ali Salman, urging him to carry out immediate change in the country through reconciliation and dialogue with the opposition.
They called for the "safe and immediate" release of Sheikh Salman and all other activists who were "arbitrarily arrested" after exerting their rights of freedom of expression and peaceful gathering.
Among the signatories of the letter, a large number of European parliamentarians and other MPs from America and Africa.

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83 Parliamentarians from 37 countries call for release of Al-Wefaq Secretary General
Shia Post, 17 Jan 2015


A joint-appeal calling for the immediate release and dropping of charges against Sheikh Ali Salman, has received support from 83 parliamentarians from 37 countries around the world. In just a few days since the appeal was launched messages of support have poured in for the Secretary General from far and wide. The joint-appeal, launched by the Parliamentarians for Global Action and No Peace Without Justice, calls upon “Bahraini authorities to ensure the safe and immediate release of Sheikh Ali Salman” as well as “other people arbitrarily detained in Bahrain simply for expressing their right to freedom of expression, association and peaceful assembly." Signatories include a large number of members of the European Parliament, as well as other parliaments across Europe, Africa, South America and elsewhere. The widespread support for the Secretary General of Al Wefaq shows that the issue of his detention is of global concern.
The initiative was launched to petition the King of Bahrain to halt the attacks on Sheikh Ali Salman and to promote an immediate change of direction from the Bahraini authorities towards dialogue and reconciliation. The statement argues that the detention of Salman “compromises any chances of reconciliation and unity in Bahrain.” The parliamentarians also said the arrest of Salman cast doubt over Bahrain’s willingness to reform saying it “invalidates the claims of the government of Bahrain that it is implementing the recommendations of the Bahrain Independent Commission of Inquiry and the UN’s Universal Periodic Review.”

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Lawmakers from 37 Countries Call on Bahrain to Release Sheikh Salman
Tasnim News Agency (Tehran), 17 Jan 2015


The signatories include 34 members of the European Parliament as well as a large part of Parliamentarians for Global Action (PGA) Board and International Council leaders, who represent the entire membership.
The Appeal is still open for new signatories on http://www.pgaction.org/news/release-sheikh-ali-salman.html.
The demand came after Bahrain Public Prosecutor's Office extended for an unlimited period the detention of Sheikh Salman.
Salman was arrested in late December 2014 over alleged anti-regime incitements.
The 49-year-old cleric is charged with “promoting regime change by force, threats, and illegal means, and of insulting the Interior Ministry publicly,” said Bahraini prosecutor Nayef Mahmud.
Tensions have been running high in the monarchy since Salman’s arrest.

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Diritti dell’infanzia, il ricordo di Npwj
di Domenico Letizia, L'Opinione, 23 Dec 2014


In occasione dell’Assemblea, svoltasi a New York il 15 Dicembre 2014, dei membri istituzionali e delle organizzazioni per la promozione dei diritti umani della Corte Penale Internazionale è intervenuta anche Alison Smith, avvocato e Direttore del programma di Giustizia penale Internazionale della Ong “Non c’è Pace senza Giustizia”. La Smith, in una articolata relazione, ha rimembrato che quest’anno ricorre il venticinquesimo anniversario dall’adozione della Convenzione dei Diritti dell’Infanzia.
L’impiego di tale Convenzione resta un’importantissima priorità nella tutela e nella protezione dei diritti umani dei bambini, anzitutto, per il riconoscimento individuale del bambino come “possessore” di diritti inviolabili che vanno tutelati e salvaguardati. L’azione della Corte Penale Internazionale muove politicamente e giuridicamente anche nel riconoscimento della Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia avviando processi e investigando in quelle nazioni dove tale Convenzione risulta palesemente violata, poiché, come ha ribadito Alison Smith, gli interessi e i diritti dei bambini vanno considerati la priorità nell’intraprendere decisive iniziative da parte della Corte Penale Internazionale.

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Mutilazioni genitali, la messa al bando
di Domenico Letizia, L'Opinione, 18 Dec 2014


Nella giornata del 18 dicembre 2014, l’assemblea generale delle Nazioni Unite ha approvato una risoluzione per la riaffermazione della richiesta di messa al bando universale delle mutilazioni genitali femminili (Mgf). La gratificante notizia per gli operatori della tutela dei diritti umani è nella constatazione che tale risoluzione è stata con-sponsorizzata dal Gruppo degli Stati Africani e da altri 71 Stati membri dell’assemblea generale delle Nazioni Unite. La campagna sulla messa a bando delle mutilazioni genitali femminili è il frutto di un impegnativo e duro lavoro di organizzazioni non governative africane ed europee, una coalizione nominatasi BanFGM, costituitasi grazie all’incessante lavoro di “Non c’è pace senza giustizia” e dell’ex ministro degli Esteri, Emma Bonino.
“Non c’è pace senza giustizia” e il Partito Radicale hanno accolto con immensa gioia la risoluzione di messa al bando delle mutilazioni genitali femminili”, ha dichiarato Alvilda Jablonko, coordinatrice del programma internazionale sulle Mgf di “Non c’è pace senza giustizia”. Dal giorno successivo alla data del 18 dicembre, il numero di Paesi che sostiene la risoluzione di messa al bando è aumentato, 21 paesi in più rispetto al 2012, un segnale che evidenzia una generale crescita di consenso nel porre termine alle mutilazioni genitali femminili e nel ribadire con decisione i diritti delle donne e delle bambine. Un sintomo accolto con felicità da tutti quegli attori che lavorano per l’affermazione di una lampante giurisdizione che bandisca le mutilazioni genitali femminili nei Paesi dove sono ancora praticate.

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Violenza donne: da Onu nuovo no a mutilazioni femminili
Onultalia, 18 Dec 2014


NEW YORK – Le Nazioni Unite scendono di nuovo in campo per fermare le mutilazioni genitali femminili. L’Assemblea Generale Onu ha approvato per consenso una risoluzione sul contrasto alla pratica, tra gli sponsor il gruppo degli Stati Africani e altri 71 Paesi tra cui l’Italia.
Secondo le stime dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, 130 milioni di donne nel mondo sono state sottoposte a queste pratiche, soprattutto in 28 paesi dell’Africa sub-sahariana. Ssi calcola che ogni anno 3 milioni di bambine sono vittime dell’infibulazione, con danni irreparabili alla loro salute psichica e fisica.
L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite si era schierata per la prima volta contro questa pratica tradizionale il 20 dicembre del 2012. “Il numero in aumento di paesi che promuovono la Risoluzione – 21 in più rispetto a due anni fa – è un segnale del crescente consenso tra gli stati disponibili ad agire efficacemente per porre termine alle MGF come grave violazione su ampia scala dei diritti delle donne e delle bambine”, ha commentato con soddisfazione Alvilda Jablonko, Coordinatrice del Programma sulle MGF di Non c’è Pace Senza Giustizia.
“Così come riaffermato nella Risoluzione adottata oggi, tutti gli Stati dovrebbero prendere le misure necessarie, inclusa la promulgazione e l’applicazione di legislazioni, per proibire le MGF, per proteggere donne e bambine da queste forme di violenza e per processare i responsabili”, ha detto la Jablonko secondo cui “il voto di oggi manda un segnale forte per tutti gli attivisti per far sì che una chiara ed effettiva legislazione nazionale bandisca in modo inequivocabile le MGF nei loro rispettivi paesi”.

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Kenya: Withdrawal of Kenyatta Charges Signals Need for Overhaul of ICC Investigations
All Africa / Pambazuka News, 11 Dec 2014


 
Brussels/ Rome — The Prosecution's complaints about non-cooperation by the Kenyan authorities is true, but the lack of evidence points more to a failure of the previous investigative strategy of the Office of the Prosecutor. The evidence is out there, the question is why the OTP did not have it before charges were proffered.
The Prosecutor of the International Criminal Court today withdrew the charges against Kenyan President Uhuru Kenyatta for crimes against humanity committed during the post‑election violence in Kenya in 2007-2008. The move followed an Appeals Chamber decision on 3 December directing the Prosecution either to withdraw charges or indicate its readiness to proceed to trial. Since March of this year, the Prosecution has been asking for adjournments in the Kenyatta case due to lack of evidence, complaining of non-cooperation by the Kenyan authorities in this respect. For now, the remaining case for crimes committed during the post‑election violence, against Kenyan Deputy President William Ruto and radio broadcaster Joshua Sang, continues.
Statement by Alison Smith, Legal Counsel of No Peace Without Justice:
"The best that can be said about what happened today is that the Prosecutor did not delay the inevitable - and that at least the withdrawal of charges is without prejudice to the possibility of bringing new charges against President Kenyatta at a later date, should the Prosecutor obtain sufficient evidence to do so. We're clearly disappointed, having worked so closely with the Kenya National Commission on Human Rights on initial collection of evidence back in early 2008, but that is nothing compared with how the victims of crimes in this case must be feeling.
"The writing has been on the wall for some time, since the Prosecutor first announced several months ago that she lacked sufficient evidence to prove President Kenyatta's responsibility beyond a reasonable doubt. While we respect - and agree with - the Prosecution's complaints about non-cooperation by the Kenyan authorities, the lack of evidence points more to a failure of the previous investigative strategy of the Office of the Prosecutor. The evidence is out there, the question is why the OTP did not have it before charges were proffered.
"We believe the Prosecutor will need to take a long, hard look at the office's investigative strategies, to avoid this kind of situation arising again. The ICC did not have investigators based in Kenya at a time when conditions allowed it: without a permanent presence, it is next to impossible to build the kind of trust and rapport with witnesses that is needed to sustain this kind of work from initial contact through to trial. No Peace Without Justice and the Nonviolent Radical Party, Transnational and Transparty welcome that the new Strategic Plan addresses this issue by stating that the Investigative Division will increase its field presence, 'where possible'. The ICC and its State Parties must do everything in their power to ensure that it is possible for ICC investigators and other necessary ICC staff, such as outreach staff, to be based in the countries where investigations are taking place.
"Today's withdrawal of charges also indicates that the previous strategy of focused investigations simply did not work. In complex situations like those in Kenya - and indeed all of those under investigation at the ICC - there is a need for proper, full and sustained investigations by experienced professionals. This is the only way to make sure that the Prosecution does have sufficient evidence to prove the criminal responsibility of whoever they bring charges against, in the absence of any justified defence. We urge States Parties to take this into account when they are considering the budget next week during the annual meeting of the Assembly of States Parties. Failing to support full investigations at a budgetary level means that corners will be cut, with the kind of devastating results we've seen today
"Above all, our thoughts are with the people of Kenya and with the victims of the crimes outlined in the charges against President Kenyatta. They are the ones who have to bear the brunt of today's actions and the failures that led up to it. We hope that the Prosecutor will continue her investigations, so that one day, justice can be served."

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ICC drops charges against Kenya’s Kenyatta
By Mike Corder, Associated Press, 05 Dec 2014


THE HAGUE, NETHERLANDS — Accusing Kenya of blocking her investigation, the prosecutor for the International Criminal Court on Friday dropped the charges against Kenya’s president – including ones for murder and rape.
The decision by Fatou Bensouda to scrap her prosecution of President Uhuru Kenyatta for his alleged involvement in his country’s 2007 postelection violence highlights a key challenge for the 12-year-old court – having to rely on governments led by the very suspects it indicts.
Kenyatta had been charged with murder, rape, persecution, deportation and other inhumane acts as an “indirect co-perpetrator” in the violence that left more than 1,000 people dead in 2007 and 2008. (...)
Rights groups lamented Friday’s decision.
“It’s clear that a long tradition of impunity in Kenya and pressure on witnesses have been serious obstacles to a fair process before the ICC,” said Liz Evenson of Human Rights Watch. “But the roadblocks in the Kenyatta trial make it all the more important for the ICC to figure out how it can move ahead with high-profile cases.”
One court watcher said prosecutors must also bear some responsibility for the case collapsing.
While agreeing that Kenya blocked the court, “the lack of evidence points more to a failure of the previous investigative strategy,” said Alison Smith, legal counsel for the rights group No Peace Without Justice. “The evidence is out there, the question is why the (prosecutor) did not have it.”

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MGF: Cresce all'ONU il consenso contro le mutilazioni genitali femminili
Sabrina Gasparrini*, La Voce di New York, 26 Nov 2014


 
La Terza Commissione ONU ha adottato con 125 co-sponsorizzazioni, la Risoluzione di messa al bando universale delle mutilazioni genitali femminili (MGF). Ampliato il fronte dei paesi che hanno promosso la Risoluzione rispetto al 2012. L'Egitto suscita inquietudine dopo la sentenza di proscioglimento nel processo per la morte di una bambina di 13 anni.
Non c'è Pace Senza Giustizia e il Partito Radicale salutano la decisione della Terza Commissione ONU sulle questioni sociali, culturali e umanitarie, di adottare all'unanimità e con 125 co-sponsorizzazioni, la Risoluzione di messa al bando universale delle mutilazioni genitali femminili (MGF). 
L'Assemblea Generale delle Nazioni Unite si era schierata per la prima volta contro questa pratica tradizionale il 20 dicembre del 2012, a seguito di una lunga campagna condotta dalla coalizione di Ong africane ed europee BanFGM, costituita su iniziativa di Non c'è Pace Senza Giustizia.
Il dato incoraggiante è l'ampliamento del fronte dei paesi che hanno promosso la Risoluzione: 21 in più rispetto al 2012. Non si tratta solo di un riconoscimento del lavoro delle attiviste sul campo, ma di una crescita di consenso che segna un chiaro impegno politico degli Stati nell'agire a tutti i livelli perché il dispositivo della Risoluzione, che riguarda la messa al bando della pratica in quanto violazione dei diritti umani di donne e bambine, venga applicato su scala mondiale. 
Strumenti normativi e applicazione efficace della legge sono fattori cruciali assieme all'informazione e alla prevenzione. Auspichiamo che questa ulteriore presa di posizione  della comunità internazionale serva da stimolo sia per gli Stati ancora sprovvisti di strumenti cogenti di contrasto che per quelli già dotati di misure ad hoc.

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No alle mutilazioni genitali (grazie anche all’Italia)
Onultalia, 25 Nov 2014


NEW YORK- Nuovo successo dell’Italia all’Onu a tutela delle donne e delle bambine. A pochi giorni dalla prima Risoluzione contro i matrimoni forzati e precoci, le Terza commissione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, competente in materia di diritti umani, ha adottato martedì 25 novembre una Risoluzione sul contrasto alla pratica delle Mutilazioni Genitali Femminili (MGF).  Il testo, approvato per consenso proprio nella giornata di mobilitazione internazionale contro la violenza alle donne, ha avuto 125 co-sponsorizzazioni, 21 in più del precedente testo del 2012. Il documento verrà adottato definitivamente in Assemblea Generale a dicembre.
L’Italia è tradizionalmente tra i promotori della Risoluzione sulle mutilazioni genitali. Secondo le stime dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, 130 milioni di donne nel mondo sono state sottoposte a queste pratiche, soprattutto in 28 paesi dell’Africa sub-sahariana. E si calcola che ogni anno 3 milioni di bambine sono vittime dell’infibulazione, con danni irreparabili alla loro salute psichica e fisica.
L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite si era schierata per la prima volta contro questa pratica tradizionale il 20 dicembre del 2012. Il nuovo voto in Terza Commissione e’ stato salutato con favore da Non c’e’ Pace senza Giustizia e dal Partito radicale che due anni fa erano stati tra i promotori dell’iniziativa.
 Il dato incoraggiante adesso è l’ampliamento del fronte dei paesi che hanno promosso la Risoluzione: 21 in più rispetto al 2012.
“Non si tratta solo di un riconoscimento del lavoro delle attiviste sul campo, ma di una crescita di consenso che segna un chiaro impegno politico degli Stati nell’agire a tutti i livelli perché il dispositivo della Risoluzione, che riguarda la messa al bando della pratica in quanto violazione dei diritti umani di donne e bambine, venga applicato su scala mondiale”, osserva la Ong italiana in un comunicato.

Il dato incoraggiante è l’ampliamento del fronte dei paesi che hanno promosso la Risoluzione: 21 in più rispetto al 2012. Desta invece preoccupazione il fatto che in Stati che si sono già’ dotati di misure ad hoc la pratica sussista ancora: tra questi,  proprio per il ruolo avuto nella campagna contro le MGF e per aver approvato nel 2008 una legge tra le più avanzate, è l’Egitto.
Il caso di Suhair al-Bataa, la bambina di 13 anni morta nel giugno del 2013 a causa di un intervento di mutilazione genitale, è sconcertante. Si è trattato del primo processo mai tenuto in Egitto per questo tipo di reato. La decisione della Corte di prosciogliere dalle accuse il medico che ha eseguito l’intervento e il padre della bambina che aveva deciso per l’operazione, al di là dell’aspetto sanzionatorio, rischia di vanificare irrimediabilmente la funzione deterrente della legge, che è il fondamento di un’autentica politica volta al rispetto della persona.

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