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luglio 2015
Direttore resp.: Nicola Giovannini
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 Notizie

L’opportunità mancata della Libia: pene viziate seguono processi viziati
 

Il 28 lugllio, la Corte d’assise di Tripoli ha condannato a morte Saif-al-Islam Gheddafi, Abdullah Senussi e altri sette uomini per crimini di guerra e attacchi contro proteste pacifiche commessi durante la rivoluzione libica che nel 2011 ha portato alla caduta del regime di Gheddafi. Ad altri ventitre ex ufficiali è stata impartita la reclusione, mentre quattro sono stati rilasciati ed uno è stato indirizzato verso un istituto medico. Gheddafi non era presente nel corso del processo e della lettura del dispositivo, poiché al momento è trattenuto a Zintan dalle milizie locali, che rifiutano di riconoscere l’autorità di perseguirlo del governo centrale. Sia Saif-al-Islam Gheddafi sia Abdullah Senussi sono soggetti ad un mandato d’arresto della Corte Penale Internazionale; nel 2014, la CPI ha dichiarato inammissibile il caso di Senussi, dal momento che lo stesso era sottoposto a giudizio in Libia, mentre ha ordinato alle autorità libiche di rendere Gheddafi per un processo davanti la corte stessa all’Aja.
 
Dall’inizio della rivoluzione circa quattro anni fa, Non c’è Pace Senza Giustizia e il Partito Radicale hanno sempre promosso l’accountability in Libia come mezzo per superare l’eredità di impunità ed abusi che caratterizzava il regime di Muammar Gheddafi. Noi abbiamo sempre chiesto alle autorità libiche di adottare un nuovo approccio basato sul rispetto dei diritti umani, anche quale segnale concreto di rottura rispetto al passato, e alla comunità internazionale di supportare la Libia in questo percorso verso la realizzazione della giustizia e di una riparazione per le vittime e le loro famiglie.
 
Sfortunatamente, il verdetto di oggi e il processo viziato che lo ha preceduto mostrano che la promessa di rivoluzione, colma di speranza per un nuovo futuro dove i diritti umani siano rispettati in Libia, deve ancora essere mantenuta. I processi erano viziati da una serie di violazioni del giusto processo, in particolare dal fatto che a molti imputati era stato negato il diritto a un avvocato, sia nella fase istruttoria che in quella dibattimentale, senza contare le varie accuse di maltrattamenti durante la detenzione. Possiamo solo sperare che queste violazioni gettino un’ombra sui verdetti e le sentenze emessi oggi.
 
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*  Alison Smith è Consigliere Legale e direttore del Programma di Giustizia Penale Internazionale di NPSG

Sierra Leone: NPSG si congratula per la Mozione del governo che ha portato alla ratifica del Protocollo di Maputo
 

Giovedì 2 Luglio 2015 il Parlamento del Sierra Leone ha ratificato il Protocollo alla Carta Africana dei Diritti dell’Uomo e dei Popoli sui Diritti delle Donne, conosciuto anche come Protocollo di Maputo. La mozione del governo è stata adottata all’unanimità dopo un lungo dibattito, dieci anni dopo l’entrata in vigore del Protocollo, e fa del Sierra Leone l’ultimo dei Paesi dell’Africa occidentale a ratificare il documento.
 
Fin dalla sua adozione, il Protocollo è stato salutato come uno degli strumenti più progressivi per la  protezione dei diritti delle donne a livello globale, giacché contiene specifiche previsioni che vietano violenza e disciminazione contro le donne (articoli 2 e 4), nonché le mutilazioni genitali femminili (MGF) ed altre pratiche tradizionali dannose (articolo 5). Il Protocollo, inoltre, promuove – inter alia – la partecipazione femminile al processo politico (articolo 9), l’educazione e la formazione delle donne (articolo 12) e i diritti riproduttivi e alla salute (articolo 14).
 
Non c’è Pace Senza Giustizia (NPSG) e il Partito Radicale Nonviolento, Transnazionale e Transpartito (PRNTT) accolgono questa ratifica come un importante momento storico nella lunga lotta legale per la protezione dei diritti delle donne del paese. Ci congratuliamo con il Governo del Sierra Leone per aver mantenuto la promessa di ratificare il Protocollo, ed incoraggiamo gli altri 14 Stati membri dell’Unione Africana che l’hanno firmato ma non ancora ratificato a seguire l’esempio del Sierra Leone.  Inoltre riconosicamo l’importante ruolo delle organizzazioni della società civile – in particolare Manifesto 99 nel Sierra Leone, così come Equality Now, SOAWR ed altre più in generale –, le quali hanno insistentemente chiesto la ratificazione del Protocollo  e il pieno rispetto degli standard internazionali dei diritti umani.
 
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* Alvilda Jablonko è Coordinatrice del Programma Genere e Diritti Umani di Non c’è Pace Senza Giustizia

Giornata mondiale della giustizia internazionale: NPSG e PRNTT richiedono un impegno più forte nella lotta contro l’impunità
 

Per più di un decennio, Non c’è Pace Senza Giustizia e il Partito Radicale Nonviolento, Transnazionale e Transpartito (PRNTT) hanno celebrato la giornata mondiale della giustizia internazionale come un importante pietra miliare nella storia del mondo, particolarmente per le vittime dei crimini stabiliti dal diritto internazionale. In questo giorno, nel quale la CPI è nata grazie all’adozione del suo statuto nel 1998, noi commemoriamo questo momento con i nostri partners e con chiunque sia coinvolto nella lotta contro l’impunità, compresa la stessa CPI.
 
Oggi è il momento di riflettere, per considerare l’impatto degli sforzi della giustizia internazionale su quelle vittime e su quelle popolazioni che hanno attraversato un conflitto e periodi di intensa violenza politica. Purtoppo, nel corso dello scorso anno, le sfide sembrano aver avuto la meglio sui risultati; senza un cambiamento all’interno della comunità internazionale che dia priorità alla giustizia e i risarcimenti per le vittime, è probabile che l’anno che abbiamio davanti sia tempestato dalle stesse difficoltà. Come abbiamo detto lo scorso anno, affinchè ci sia un reale progresso nella lotta contro l’impunità, sono due le cose che devono accadere. In primo luogo, gli Stati devono approfittare di ogni singola opportunità per riaffermare pubblicamente il loro impegno contro ogni tentativo di adottare l’impunità, in ogni luogo nel quale minacci di accadere, e devono poi seguire queste parole e far sì che si realizzi l’accountability. In secondo luogo è allo stesso modo importante che le vittime e le popolazioni che hanno direttamente o indirettamente sofferto crimini riconosciuti dal diritto internazionale debbano essere all’inizio e al centro del processo di giustizia: essi non sono infatti un’aggiunta o un lusso, essi sono la principale ragione per la quale noi lottiamo contro l’impunità.
 
Lo scontro in atto in Siria – e il deliberato attacco contro la popolazione civile – ha marcato il suo quarto anniversario a Marzo. Questo è dunque il quinto anno, da quando il conflitto è cominciato nel 2011, nel quale il mondo ha fallito nel mettere fine all’atroce sofferenza che colpisce spropriorzionalemente i civili, in modo particolare donne e bambini. Nonostante le nobili parole, la comunità internazionale ha fallito nel dare priorità all’accountability e fallito nel guidare le possibilità da essa stessa proclamate di aiutare a portare un accordo pacifico e politico al conflitto. Se possible, nell’ultimo anno il popolo della Siria ha affrontato minacce ancora più gravi, con la comparsa dell’ISIS sul territorio siriano, che ha ulteriormente colpito i civili con crescente brutalità, lasciando loro sempre meno spazio per vivere le loro vite e sempre meno possibilità di veder crescere una nuova generazione di siriani in un modo di pace che garantisca i loro diritti. Quei membri della comunità internazionale che continuano a ostacolare l’accountability dovrebbero abbassare il capo per la vergogna e prendersi un momento per considerare le sofferenze che le loro azioni permettono di continuare impunemente.
 
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 Eventi

Conferenza su Stato di Diritto e Diritto alla Conoscenza
 

Il 27 luglio 2015, il Partito Radicale assieme a Nessuno Tocchi Caino e Non c'è Pace Senza Giustizia hanno organizzato la  Conferenza internazionale “Universalità dei Diritti Umani per la transizione verso lo Stato di Diritto e l'affermazione del Diritto alla Conoscenza”. L'evento, organizzato con il Patrocinio del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale italiano, si è tenuto a Roma al Senato della Repubblica, nell'aula della Commissione Difesa.
 
Tra i relatori vi sono sttati il Sottosegretario agli Esteri Benedetto Della Vedova, il Ministro della Giustizia del Niger Marou Amadou, la Segretaria di Stato presso il Ministero delle Finanze della Tunisia Boutheina Ben Slimane, l'ex Primo Ministro algerino Sid Ahmed Ghozali, l'ex Ministro degli Esteri Giulio Terzi, la parlamentare islandese Birgitta Jónsdóttir, il prof. Jianli Yang, il Senatore francese André Gattolin, la Segretaria di Radicali Italiani Rita Bernardini, Furio Colombo, Aldo Masullo, Marco Pannella e altri ancora.
 
L'evento segue la Conferenza di Bruxelles “Ragion di Stato contro Stato di Diritto” del febbraio 2014 e le successive presentazioni a Ginevra, Londra, Parigi, Roma e Napoli. L'obiettivo è quello di proseguire l'iniziativa intrapresa un anno e mezzo fa approfondendo il percorso per l'affermazione del diritto alla conoscenza in sede ONU e promuovendo la comune transizione verso lo Stato di Diritto del mondo europeo e del mondo a maggioranza arabo-musulmana.
 
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Siria: Esposizione delle fotografie di “Caesar” – “All’interno delle prigioni delle autorità siriane”
 

Dal 13 al 16 luglio, il Parlamento europeo ha ospitato 35 fotografie appartenenti all’esposizione di Caesar. Questo progetto mette in mostra alcune fotografie le quali ritraggono corpi di detenuti trasferiti dalle prigioni del regime Siriano e dai centri di detenzione verso gli ospedali militari 601 e 607, nei quali un ex membro della polizia militare dell’esercito siriano, conosciuto con lo pseudonimo di Caesar, aveva il compito di fotografare e documentare i corpi.
 
Caesar è fuggito dalla Siria nel 2013 portandosi via oltre 55,000 foto di circa 11,000 siriani torturati dal regime di Assad a partitre dall’inizio della rivoluzione siriana nel Marzo del 2011. I corpi mostrano evidenti prove di una violenza fisica che può solamente essere il risultato della fame, dei pestaggi brutali, degli strangolamenti e di altre forme di tortura e uccisioni. Le 11,000 vittime fotografate rappresentano solo una frazione delle torture sistematiche e delle uccisioni che hanno luogo all’interno delle prigioni del regime siriano. Le fotografie di Caesar sono state analizzate da un team legale e forense di prima qualità all’inizio del 2014 e successivamente condivise ed esaminate dalla Commissione indipendente d'inchiesta delle Nazioni Unite, che le ha citate come una prova evidente di sistematiche violazioni dei diritti umani da parte del regime di Assad.
 
L'esposizione è stata co-sponsorizzata da deputati europei di vari gruppi politici (Alyn Smith (Verdi/ALE); Anna Maria Corazza Bildt (PPE); Marietje Schaake (ALDE); Vincent Peillon (S&D); Fabio Massimo Castaldo (EFDD); Ana Gomes (S&D); Antonio Panzeri (S&D); Ignazio Corrao (EFDD) e promossa in cooperazione con Syrian Association for Missing and Conscience Detainees, National Coalition of Syrian Revolution and Opposition Forces, Euro-Syrian Democratic Forum, e Non c’è Pace Senza Giustizia.
 
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