Un attacco ai diritti sovrani degli Stati in nome dell’impunità

9 Ott, 2026 | Comunicati Stampa

Mentre Washington sanziona la Corte penale internazionale,
Non c’è Pace Senza Giustizia chiede agli Stati parte di tutelare la Corte che hanno istituito.

ROMA / BRUXELLES, venerdì 9 ottobre 2026 — Oggi gli Stati Uniti hanno imposto sanzioni alla Corte penale internazionale. Finora Washington aveva colpito le persone che lavorano per la Corte e chi collabora con essa: il Procuratore ed entrambi i Procuratori aggiunti, il Presidente della Corte e altri giudici, un candidato all’elezione dei giudici di quest’anno, una Relatrice speciale delle Nazioni Unite e tre organizzazioni palestinesi per i diritti umani. Ora a essere colpita è l’istituzione stessa.

Cittadini, residenti e imprese statunitensi non possono più intrattenere rapporti con la Corte, e qualunque banca o impresa, ovunque abbia sede, che lo faccia rischia di perdere l’accesso a imprese e servizi statunitensi e di finire essa stessa sotto sanzione. L’intento è dichiarato: privare la Corte dei servizi finanziari e assicurativi, della gestione degli stipendi e dei programmi informatici su cui si regge il suo lavoro, in modo che non possa più operare. Il 13 luglio il Dipartimento di Stato ha annunciato una «risposta dell’intero governo per mettere sistematicamente fuori uso» la Corte, e il Segretario di Stato ha promesso di smantellarla «mattone per mattone».

Lo scopo è sottrarre alla giurisdizione della Corte i cittadini degli Stati Uniti e dei loro alleati, Israele in primo luogo. Il 31 luglio il Presidente statunitense è stato più esplicito: si trattava, parole sue, di «difendere Bibi e varie altre persone».

La campagna contro la Corte è una campagna per l’impunità delle atrocità e per una giustizia a due pesi e due misure.

Ogni Stato ha il diritto di decidere se aderire a questa Corte. Gli Stati Uniti hanno scelto di non farlo, e alla Corte non devono nulla. Ciò non dà loro alcun diritto di adoperarsi per smantellare una corte che altri 125 Stati hanno scelto di istituire, né alcuna voce in capitolo su trattati e istituzioni creati da altri Stati. Ogni Stato ha il diritto sovrano di indagare e perseguire penalmente i crimini commessi sul proprio territorio o dai propri cittadini, e il diritto sovrano di unirsi liberamente ad altri Stati per farlo insieme. È ciò che i 125 Stati parte hanno fatto istituendo la Corte, e per farlo non hanno bisogno del consenso degli Stati Uniti, né di nessun altro.

Nel 2022 l’attuale Segretario di Stato, allora senatore, è stato tra i cofirmatari di una risoluzione a sostegno della giurisdizione della Corte sui cittadini russi accusati di crimini in Ucraina. Washington sosteneva quel principio quando si applicava ai russi. Lo combatte ora che si applica ai leader israeliani, e nell’ipotesi che possa un giorno applicarsi agli americani.

La campagna contro la Corte è una campagna per l’impunità delle atrocità e per una giustizia a due pesi e due misure, ma è anche una campagna contro il diritto sovrano degli altri Paesi di fare insieme ciò che ciascuno di essi può fare da solo.

Washington la conduce su due fronti. Sfrutta la dipendenza del mondo dalle banche e dai servizi digitali statunitensi, ed è ciò che fanno le sanzioni di oggi. E fa pressione sugli Stati perché recedano dallo Statuto, legando aiuti, visti e cooperazione in materia di sicurezza alla loro appartenenza alla Corte. Il 23 luglio, secondo la ricostruzione dello stesso Ciad, funzionari statunitensi hanno sollevato la questione della sua adesione alla Corte nella stessa telefonata in cui si parlava di restrizioni di viaggio per i cittadini ciadiani. Quattro giorni dopo il Ciad ha notificato il proprio recesso. Si chiama coercizione.

Sanzionare giudici e procuratori per le loro decisioni significa esercitare ritorsioni contro funzionari della Corte, una condotta che lo Statuto di Roma annovera tra i reati contro l’amministrazione della giustizia. Ogni Stato parte è tenuto a punirla secondo il proprio diritto penale quando è commessa sul suo territorio o da suoi cittadini.

La Corte non ha mai smesso di lavorare, malgrado le sanzioni che si susseguono dal febbraio 2025. I giudici hanno continuato a tenere udienza, le indagini su crimini di guerra, crimini contro l’umanità e genocidio, dal Darfur all’Ucraina alla Palestina, sono andate avanti, e nel 2025 le Filippine le hanno consegnato un ex capo di Stato. Le tre organizzazioni palestinesi sanzionate per aver collaborato con la Corte hanno perso nel giro di pochi giorni conti, fondi e software, e non si sono fermate. Le sanzioni di oggi mirano a spezzare questa determinazione prosciugando le risorse della Corte. Falliranno se gli Stati parte faranno in modo che la Corte possa continuare a pagare il personale, a proteggere i testimoni e a lavorare per le vittime che attendono giustizia da anni.

Anche gli Stati possono resistere. L’Uganda ha respinto un ultimatum scritto con cui gli Stati Uniti le intimavano di recedere dallo Statuto, il Senegal si è impegnato a sostenere la Corte e le ONG che collaborano con essa, il Benin ha tenuto testa a ripetute telefonate, visite e lettere, e il parlamento ungherese ha bloccato il recesso del Paese pochi giorni prima che diventasse efficace.

Il sostegno collettivo esplicito, però, si è andato assottigliando: 88 Stati avevano sottoscritto una dichiarazione in difesa della Corte nel 2020, 79 nel febbraio 2025, 59 nel novembre 2025. Alla stessa Assemblea degli Stati parte, nel dicembre 2025, solo l’Irlanda ha fatto il nome degli Stati Uniti. La Commissione europea si è rifiutata di attivare la normativa di blocco già esistente, che permetterebbe di attenuare gli effetti delle sanzioni.

Gli Stati che hanno istituito questa Corte possono metterla in condizione di continuare a lavorare. Hanno le leggi, le autorità di vigilanza e i voti per farlo. L’Unione europea dispone dello statuto di blocco, il Canada del Foreign Extraterritorial Measures Act, il Regno Unito del Protection of Trading Interests Act 1980, l’Australia del Foreign Proceedings (Excess of Jurisdiction) Act 1984, il Messico della Ley de Protección al Comercio y la Inversión de Normas Extranjeras que Contravengan el Derecho Internacional, l’Argentina della legge n. 24.871 e il Sudafrica del Protection of Businesses Act, per citarne solo alcune. Finora non le hanno usate. Devono cominciare oggi.

Applicate insieme, queste leggi isolano chi cerca di isolare la Corte.


L’appello

Chiediamo agli Stati parte di condannare le sanzioni statunitensi in modo esplicito e al più alto livello politico, come attacco illecito a un tribunale indipendente e al loro diritto sovrano di esercitare insieme la giurisdizione sui crimini commessi sul loro territorio o dai loro cittadini. Non è tempo di silenzi.

Ma le parole, da sole, non basteranno a far funzionare la Corte. Chiediamo perciò agli Stati parte, singolarmente e collettivamente, e senza aspettare che si muovano gli altri, di:

  1. Usare le leggi di blocco già esistenti e applicarle integralmente. La Commissione europea dovrebbe estendere a queste sanzioni lo statuto di blocco dell’Unione (regolamento (CE) n. 2271/96 del Consiglio), così che alle imprese europee sia vietato conformarvisi e sia consentito ottenere il risarcimento dei danni. Gli altri Stati parte dovrebbero applicare integralmente le proprie leggi di blocco, e quelli che ne sono privi dovrebbero adottarle. La tutela deve estendersi, senza distinzioni, alla Corte, ai suoi funzionari, alla Relatrice speciale delle Nazioni Unite e alla società civile.
  2. Mantenere aperti i conti e i servizi della Corte. Dare istruzione alle proprie autorità di vigilanza di comunicare a banche, assicurazioni e fornitori di servizi tecnologici che queste sanzioni non hanno alcun effetto giuridico nel loro ordinamento, e che un eccesso di prudenza non giustifica il rifiuto di un servizio. La responsabilità principale spetta ai Paesi Bassi, in quanto Stato ospite, che però non vanno lasciati soli a farsene carico.
  3. Tutelare la società civile alla stessa stregua della Corte. Ogni iniziativa diplomatica, garanzia giuridica e misura di finanziamento adottata per la Corte deve estendersi anche alle organizzazioni e ai difensori dei diritti umani sanzionati per aver collaborato con essa.
  4. Continuare a cooperare pienamente con la Corte. Finanziarla, dare seguito alle sue richieste di cooperazione, arrestare e consegnarle tutte le persone nei cui confronti ha emesso un mandato d’arresto, senza eccezioni né ritardi. Respingere qualsiasi pressione volta a far cambiare un voto, una posizione o una priorità in seno all’Assemblea o a qualunque altro organo del sistema dello Statuto di Roma.
  5. Contestare le sanzioni sul piano giuridico. Sostenere i ricorsi presentati negli Stati Uniti dai soggetti sanzionati e percorrere ogni via offerta dal diritto internazionale, compreso un parere consultivo della Corte internazionale di giustizia o un ricorso dinanzi alla stessa.
  6. Ridurre la dipendenza dai servizi statunitensi. Investire in infrastrutture bancarie, di pagamento e digitali che non dipendano da un solo Stato, per la Corte e per gli stessi Stati parte.

Non c’è Pace Senza Giustizia si è battuta per questa Corte prima ancora che nascesse, e da allora non ha mai smesso di sostenerla. Centoventicinque Stati hanno scelto di istituirla. Ora devono scegliere di difenderla, anche contro gli Stati Uniti.

– FINE –

Contatti stampa
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Non c’è Pace Senza Giustizia
Non c’è Pace Senza Giustizia (No Peace Without Justice) è un’organizzazione internazionale senza scopo di lucro che opera per la tutela dei diritti umani, della democrazia, dello Stato di diritto e della giustizia internazionale. Fondata nel 1993 nel solco di Emma Bonino e Marco Pannella, si è battuta per l’istituzione della Corte penale internazionale e da allora difende la Corte e il sistema dello Statuto di Roma. Ha status consultivo presso il Consiglio economico e sociale delle Nazioni Unite (ECOSOC). www.npwj.org

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